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Tra pannolini, passeggini e moschettoni: crescere figli senza rinunciare all’outdoor

genitori arrampicata

“Allora, come stai tu?”
“Benissimo, lei è uno spettacolo, è una persona diversa ogni giorno. E poi ora posso finalmente fare un
sacco di trave!”
“Ma infatti la vera domanda è: l’hai già appesa all’imbrago come sovraccarico?”
Questo scambio di messaggi è realmente avvenuto tra me e un mio amico, neo-papà di una bambina
parecchio fortunata ad avere i due genitori che ha. Per essere genitori, ci vuole una buona dose di ironia
direi!
“Non fare il bagno dopo mangiato” è una frase che ho sentito per la prima volta in Italia. È
scientificamente una raccomandazione sensata: il rischio di una congestione esiste davvero. Ma esiste
più nell’ipotesi di fare un pranzo di Natale e tuffarsi nel Mare del Nord. Difficilmente una caprese e un
bagno alla Scala dei Turchi a luglio potrebbero concludersi con un funerale. Eppure questa è una delle
frasi più ripetute dai genitori italiani, a torto o ragione. È un memento mori che da solo racchiude un bel
po’ della cultura genitoriale italiana. Faccio qui una doverosa premessa: io non ho figli e quindi “non
posso capire”. Ma tra le ragioni per le quali, ad oggi, non ho figli (con buona pace della ministra
Roccella), c’è anche un modello genitoriale italiano che fatico a immaginarmi mio.

Ogni volta che sono andata a sciare, a scalare o anche solo a viaggiare all’estero m’è sembrato non solo
che lì l’erba fosse più verde, le strade più pulite, ma che davvero pure i genitori fossero genitori in modo
diverso. È una sensazione? Può darsi. Però ho vissuto un anno in Svezia e tre in Francia e in Svezia io
le mamme che corrono spingendo i passeggini adatti a fare jogging me le ricordo davvero, così come
anche i bambini piazzati fuori al freddo a dicembre, coperti il giusto, ma fuori. E in Francia i bambini in
camper, in tenda, per terra, ce li ho ben in mente.

Allora m’è venuto un dubbio: che forse l’essere genitori l’abbiamo raccontato male? E l’abbiamo pure
fatto maluccio, dalle nostre parti. E quindi l’ho chiesto, me lo son fatto raccontare da quelli che invece,
essendo genitori, possono capire: ma voi, questa storia di essere insieme adulti, pagarvi le bollette,
essere legalmente responsabili di un altro essere umano, come la conciliate con quella voglia di dormire
in un sacco a pelo in un bosco e scalare oppure di allenarsi non per performare, ma per avere un proprio
spazio che non sia dettato da poppate e pianti e registri elettronici?

Ho fatto un sondaggio al quale hanno risposto in 53 persone.

La ministra Roccella è fiera di voi, ma non ha sponsorizzato questo articolo.

Mi hanno risposto soprattutto i papà, meno le mamme: mi domando se perché le donne continuano ad
essere meno nel mondo outdoor/scalata, o se perché quando le donne diventano madri questo ruolo le
assorba di più del diventare padri per gli uomini? La maggior parte delle persone che hanno partecipato
al sondaggio hanno 1 o 2 figli/figlie e hanno tra i 30 ed i 40 anni.

Ho chiesto loro, tra le diverse cose, se diventare genitore abbia influito sulle loro prestazioni.
Solo 14 mi hanno detto di no. Sono uomini che lavorano in proprio e riescono ad organizzarsi
autonomamente il proprio tempo. Tutte le altre persone hanno evidenziato un calo prestazionale, nel
caso delle donne molto legato all’impatto fisico della gravidanza stessa e dell’allattamento, mentre nel
caso degli uomini legato soprattutto ad una minor disponibilità di tempo per allenarsi. Qualcuno però mi
ha detto che diventare genitore “non ha contribuito ad abbassare il grado, anzi provando più progetti
vicino a casa e privilegiando la falesia sulle vie lunghe, alla fine ho stampato pure di più”.

Mi chiedo se sia possibile continuare uno stile di vita incentrato sull’outdoor ed essere genitori?
Dalle risposte delle persone mi sembra che sia più possibile se si è in due a sceglierlo.

Se uno dei due genitori fa resistenza, difficilmente si potranno fare viaggi in van con una creatura di 3 anni.

Soprattutto sembra più facile quando la cultura genitoriale intorno a sé sostiene un modello più libero e sereno di
essere genitori: molte persone lamentano di non trovare facilmente altri genitori con i quali condividere
queste passioni. “Siamo sempre i due genitori pazzi, probabilmente visti come irresponsabili perfino dai
nonni che osteggiano molto il nostro stile di vita, anche se i nostri due bimbi stanno crescendo alla
grande, sono molto svegli e hanno un’intelligenza motoria superiore rispetto ai loro compagni di classe”.

E poi c’è una questione culturale: in una società dove essere genitori è raccontato come uno scopo, per
le donne l’unico degno di nota, essere genitori non è un ruolo tra i tanti, come essere sorelle, fratelli,
amici, dipendenti di lavoro. È un’identità che spesso si incolla addosso, scordandosi che le persone
prima di diventare genitori sono state tante altre cose e che dunque, quelle cose, di riffa o di raffa,
troveranno un modo per venire fuori, più o meno violentemente. “Sicuramente l’Italia non è un paese che
incentiva i genitori a portarsi dietro i figli, anzi è l’opposto, devi fare figli ma se poi cerchi il giusto
equilibrio tra l’essere genitore e l’essere te stesso i figli li devi lasciare a casa. Quindi si, si potrebbe dare
più supporto ai genitori. Mi viene da pensare per esempio alle palestre (di arrampicata o no) in cui si
potrebbe fare un’area dedicata ai bimbi dove il genitore può lasciare il bambino mentre si allena.”

Mi ricordo che in Svezia c’era: c’era un servizio nella palestra dove andavo io che, per un piccolo
contributo, permetteva di lasciare i/le bambini/e in uno spazio protetto e sorvegliato dalla presenza di una
persona adulta, mentre ci si allenava. E che anzi, nelle lezioni di gruppo era permesso loro entrare in
sala. Ho visto bambini e bambine sollevate al posto dei manubri, per fare squat, regolarmente. Non ci
vuole molto, eppure ci vuole tanto. Ci vuole davvero tanto per riconoscere alle persone il diritto di essere
qualcosa che vada oltre i singoli specifici ruoli che decidiamo di assumerci nella vita. E culturalmente in
Italia sembra molto difficile oltrepassare il concetto tale per cui sia fisiologico, normale, sano desiderare
contemporaneamente essere genitori e volere del tempo esclusivo per sé. Chiediamo ai genitori un
commitment totale, pena la gogna pubblica di non sacrificarsi sufficientemente alla causa.

Quando ho chiesto alle persone se secondo loro ci fossero impedimenti di tipo strutturale o
culturale in Italia che rendono difficile fare attività outdoor con i propri figli/figlie, mi hanno risposto
“più che strutturali (ci si arrangia con poco, ci piace campeggiare, ecc…) ci sono secondo me
impedimenti culturali. Ad esempio, aspetto a portarli in rifugio perché se dovessero magari avere
problemi a dormire disturberebbero altri.”
Sono recentemente stata in Francia e ho visto numerose famiglie in bici, su ciclabili di ottima qualità. Non
so se sia nato prima l’uovo o la gallina, dove l’uovo è la volontà delle persone di fare queste attività che
smuove chi ne ha il potere a fornire i servizi e la gallina è l’avere i servizi, che porta le persone ad usarli e
ad un cambiamento culturale.

Non lo so, ma se mi devo immaginare madre, io sto con quelli e quelle che saranno bollati come genitori
irresponsabili probabilmente, almeno in Italia.
“Il problema, a differenza ad esempio della vicina Francia, è in primis di mentalità retrograda che vede
l’arrampicata sportiva come Bonatti che scala il Cervino da solo e che quindi automaticamente cataloga
tale sport come vietatissimo per i bambini.”
Ogni cosa ha una storia e ogni persona ha un vissuto: si diventa genitori come si è stati persone prima di
esserlo. Se prima di diventare genitore si andava a sciare, a scalare, in bici, quelle stesse attività
saranno ridimensionate in scala su queste tenere creature portatrici di batteri e sorrisoni. Ma ci saranno.
Va da sé che se fino al giorno prima di quel test di gravidanza positivo si aveva paura di fare il bagno
dopo mangiato, difficilmente il giorno dopo si andrà in campeggio in tenda, con il materiale per scalare a
seguito.

Il compromesso, mi dicono i genitori, è fondamentale. Ma secondo me questa cosa la posso capire pure
io, pure se non sono genitore. Perché il compromesso è fondamentale sempre: non si può fare spazio a
tutto, ugualmente. Essere genitori comporta per forza una rinuncia in termini di energie e tempo. Però lo
spazio che si fa non è per forza tutto lo spazio che abbiamo, pure se ci hanno insegnato (male) questa
cosa. È possibile essere genitori in un altro modo? Io penso di sì. O forse, a 35 anni, voglio sperare di sì.
Però è anche vero che ho visto che si può, certo: con un sostegno esterno diverso da quello che si ha in
Italia. Ma questo sostegno va preteso, in tanti e tante, a gran voce.

Quando finalmente conosco la bimba dei miei amici, quelli dello scambio di messaggi all’inizio di questo
articolo, accade in una giornata di sole in falesia. Lei ha solo due mesi. Abbraccio la mamma e il papà,
poi mi giro intorno cercando lei, la nuova persona. Non la vedo.
“Ma quindi, dov’è la bambina?” chiedo con insistenza.
Mi indicano una piccola culla, a molla, una roba che appoggi sul tavolo e dondola da sola. Sta sul tavolo
da campeggio messo fuori dal van, a sinistra una bottiglia di birra vuota dalla sera prima, a destra una
montagna disordinata di rinvii, scarpette e corde, dietro un biberon e un pacchetto di pannolini.
Rido, la guardo e penso che un modello genitoriale diverso lo possiamo e anzi, dobbiamo costruire.
In fondo la invidio, la loro bimba: ha dei genitori fighissimi. E se va bene e scalare le piacerà, tra 15 anni
abbiamo qualcuno che ci metta su la corda sui tiri, a noi che siamo figli di un’altra generazione e
purtroppo ci lamentiamo sempre che abbiamo iniziato a scalare troppo tardi perché “i nostri genitori non
facevano mica queste cose sai, anzi, figurati, mi dicevano sempre di non fare il bagno dopo mangiato,
altroché scalare e sciare.”

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