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Tra performance e confronto: il ruolo dei social nell’arrampicata

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Dobbiamo svelarvi una grande scoperta, qualcosa che non pensavamo fosse possibile e invece abbiamo scoperto esserlo: le cose che succedono nelle vite delle persone succedono pure se non sono pubblicate online! 

Potevamo iniziare questo articolo con “ai miei tempi…signora mia” e farla finita subito, autodenunciandoci di essere proprio anziane. Ma il punto è un altro, ossia che i social non sono positivi o negativi di per sé, i social sono uno strumento, come, che ne so…la forchetta. Se la forchetta la usi per mangiare un piatto bilanciato e che fa bene al tuo corpo è una cosa, se la usi per mangiare ripetutamente male la colpa non è della forchetta ma di quello che te magni. 

Questa metafora degna di un premio Pulitzer serve per riflettere insieme a voi sull’influenza che gli strumenti che comunemente chiamiamo “social” hanno su come noi ci sentiamo quando andiamo a scalare o ad allenarci. 

Chiunque abbia Instagram o Strava o 8a.nu conosce bene le dinamiche che ci stanno dietro. E le conosce perché nessuno è immune, non ci sono santi o peccatori, vorrei ben vedere chi posta una propria foto in cui si vede male o chi su 8a.nu scrive “nonostante io scali 3 gradi sopra, per chiudere ‘sto 6c ci ho messo 6 tentativi e non faceva poi così freddo ma scrivo che fa freddo altrimenti finisce che vado a letto triste”. Ma figuriamoci. Tutti e tutte noi sui social selezioniamo: sezioniamo frangenti delle nostre vite, ritagliamo i momenti più edificanti, raccontiamo le volte in cui c’era neve pazzesca e un po’ meno le volte in cui abbiamo sciato su croste di pane ripassate al forno, mettiamo le foto in cui pure se qualcosa non è stato un successo, è stato almeno eroico, sì abbiamo fallito su quel tiro ma era il grado più difficile che abbiamo mai provato, sì quel giorno siamo andati a correre e abbiamo fatto un tempo modesto ma “corsetta easy con la -inserire nome di amico/a bonariamente considerati più scarsi o tipicamente il nome della fidanzata-“. 

E quindi non è un caso che quando usiamo in modo passivo i nostri social, scorrendo le nostre home, vedremo un’antologia di frangenti belli delle vite altrui, una collezione di momenti carotati ad arte, di tiri chiusi o falliti sì ma con stile, di corse o pedalate a tempi che ci sembrano tutti e tutte allenarsi per le Olimpiadi mentre tu ti senti l’ultimo vietcong stronzo nella foresta che corri ancora a 6 minuti a km o, se guardi 8a.nu, ti chiedi se i 6b li fa ancora qualcuno o abbiamo deciso che non si chiodano nemmeno più, è roba arcaica, ti ricordi quando la gente faceva fatica sui sesti gradi, che medioevo? 

E se questo accade in fondo ad una giornata nella quale le nostre difese immunitarie emotive sono già di loro deboli, contribuirà a farci sentire ancora più inadeguati, fragili, incapaci. 

E non è sufficiente che per anni delle nostre vite ci hanno accompagnato prima Facebook, poi Instagram nel raccontare le nostre vite a carattere generale, ora anche le performance sportive sono oggetto di un loro social. 8a.nu per la scalata è un sito dove segnarsi i tiri, con un commento personale e vedere magari i commenti degli altri. Fino a qualche tempo fa era usato per capire in una falesia nuova quale potesse essere il tiro più bello in un determinato range di grado di nostro interesse, questo prima che diventasse un luogo virtuale dove i 7a sembrano i 5b di una volta e il commento medio per i tiri chiusi è “chiuso al secondo giro, forse un po’ facile”. Strava invece è più utilizzato da chi fa attività come la corsa, la bici o sciare e sembra che abbiano tutti una media di 2.000 metri di dislivello a uscita rigorosamente a tempi che io che ci provo a fare, che ‘stamattina mi sono fatta il caffè senza mettere l’acqua nella moka, dai. 

Ma allora qual è la soluzione: disiscriversi da qualsiasi social e andare a vivere in un bosco sconosciuto pulendosi i blocchi da scalare sottraendosi a qualsiasi competizione indotta da una società della performance capitalista che mette al centro la produzione perfino del tempo libero? Bhè bhè bhè, ogni tanto sarebbe sano farlo, per qualche giorno almeno sganciarsi dai gradi, dall’idea che ciò che facciamo debba essere condiviso per forza, riconcentrarsi sul fatto che questo è il nostro tempo libero e che in quanto tale è il tempo nel quale possiamo divertirci, stare insieme alle persone con le quali condividiamo le nostre passioni, è un tempo per il quale non c’è un voto, un esame, una consegna, una scadenza da rispettare.  

Ma la soluzione più reale è intanto ricordarsi che quello che vediamo è davvero una prospettiva estremamente limitata delle vite altrui, e che giustamente le persone condivideranno meno gli insuccessi e le frustrazioni delle proprie vite (lo facciamo anche noi, perché dovrebbe essere diverso per gli altri?) ma soprattutto ogni tanto sforzarsi non solo di condividere anche le difficoltà, ma di seguire persone che pubblicano un racconto più normale delle proprie esistenze. 

Un ambiente, reale o digitale, si può rendere più sano contribuendo attivamente a farlo: normalizziamo la condivisione genuina di momenti anche semplici, di giornate più modeste. Non dobbiamo essere invincibili, i nostri successi non perdono valore se il contorno del piatto forte è la normalità di una vita che è meno instagrammabile certo, ma è molto più comune e reale e ricordarcelo serve a noi per non sentirci in colpa ma pure alle altre persone, per non sentirsi soffocate da questo senso di solitudine che ci opprime quando la sensazione che abbiamo è che tutti riescano e stiano andando da qualche parte, mentre noi ci sentiamo come i cani che girano in tondo mordendosi la coda.

La corsa più lenta non è “corsetta easy”, è un giorno in cui siamo andati più lenti, non significa che la volta in cui abbiamo battuto il nostro miglior tempo valga meno e non sia un traguardo di cui andare fieri, il tiro difficile chiuso resta chiuso per sempre pure se la settimana dopo ci siamo appesi sul tiro di scaldo, i nostri corpi vanno bene pure nelle pose in cui non sembriamo tutti e tutte modelli o atlete. Scegliamo con cura le persone che seguiamo online e se possibile, senza che ci sia nulla di personale, se un profilo ci ferisce o ci fa sentire inadeguati prendiamoci la libertà di distaccarci da chi ci vincola in questo senso di inadeguatezza. 

I social sono solo uno strumento: è cosa decidiamo di farne in senso attivo, quali contenuti e come decidiamo di raccontarli oppure in senso passivo, chi decidiamo di seguire a renderli un luogo positivo o negativo per noi. 

E ricordiamoci sempre che migliorare è un obiettivo sano, auspicabile ma c’è una grande differenza tra cercare di migliorare e ridurre anche il nostro tempo libero, le nostre passioni, ad una performance quantificabile sempre, misurabile, ad un contenuto che dobbiamo produrre. 

Personalmente consiglio di fare almeno un paio di volte al mese un esercizio più difficile di quanto possa sembrare: quando si fanno attività cardio, lasciare a casa l’orologio e il cardiofrequenzimetro, farsi una pedalata o una corsa senza tempi né misure è una libertà che è difficile concedersi. Quando si scala soprattutto ora che si avvicinano le vacanze e magari si hanno in programma dei viaggi quindi più giorni in fila ad arrampicare, prendersi un giorno e scalare solo i tiri più facili del nostro grado-obiettivo, godersi un luogo nuovo e la compagnia, ricordandosi che arrampicare è soprattutto qualcosa che ci piace fare, non un lavoro. 

Che poi questo atteggiamento si potrebbe pure riassumere tutto in una sola parola: gentilezza. È un bel regalo da fare e farsi.

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