Faccio una dovuta premessa: io ho 35 anni, io che scrivo l’articolo s’intende. E sono donna. Ho insomma un’età tale per cui non mi offendo nemmeno più quando mi danno del lei, lo capisco. Quando a darti del lei sono persone che potresti, tecnicamente parlando, aver procreato tu quando già eri maggiorenne, serve a poco offendersi e questa dura realtà tanto vale la pena affrontarla.
Anche perché io dell’adolescenza e dei primi anni della decade dei 20, sincera: invidio ben poco! Io a 35 anni sto proprio bene, perché per tante cose nella vita ci vuole tempo, difficilmente arrivano subito. Ci vuole tempo per trovare la propria strada e altro tempo per solcarla, ci vuole tempo per conoscersi, figuriamoci conoscere le persone giuste da tenersi vicino, tempo per capire chi si vuole davvero essere e cosa si vuole davvero fare. E questo tempo, quando lo si riempie di tante energie e risorse personali, figuriamoci se poi lo si vuole buttare via: ma ci pensate, visto che se state leggendo questo articolo difficilmente avete 20 anni, ritornare in quel momento in cui si era insicuri per un voto in università oppure ci si sentiva piccoli al lavoro, in cui le relazioni erano orologi rotti che segnavano l’ora giusta due volte al giorno ma comunque tante volte, restavano rotti? Ma io questa cosa dell’adolescenza e dei suoi strascichi non me la accollerei volentieri di nuovo. E poi io da ragazzina avevo i brufoli: grazie ma no grazie.
Però c’è una cosa, oh sì che c’è una cosa che rivorrei, tenendomi però l’autonomia economica, la solidità psicologica e la vita che ho adesso, c’è una cosa che vorrei portare via alla me 18enne per sempre e quella cosa sono…i tempi di recupero!
Sì, i tempi di recupero. Quella magica dimensione grazie alla quale ci si poteva allenare 8 volte a settimana e non sentirle nemmeno, uscire il sabato sera ed essere freschi la domenica mattina alle 8, gli infortuni nemmeno restano nella memoria prima dei 25. Dopo? Niente, dopo ci si ricorda anche i mal di schiena, che arrivano puntuali e durano settimane.
Allenarsi dopo i 30: stessi principi, nuove regole
Abbiamo parlato di tutto questo con uno dei nostri coach, nonché frequentante del corso per diventare Aspirante Guida Alpina, Andrés Pesquiera. Andrés ha 29 anni, quindi chiariamolo subito: è ancora giovane. Però ha alle spalle tanta esperienza come allenatore di arrampicata, soprattutto in Irlanda dove ha seguito sia persone singole sia squadre. Ha il titolo di personal trainer e quindi, nel corso del tempo, ha allenato molte persone, di età e con obiettivi diversi.
E infatti Andrés ci specifica subito che “si tratta di adottare programmi di allenamento molto simili, con principi che non sono diversi in base all’età ma considerando una gestione dei rischi differente. Non solo il recupero è più lungo, andando avanti con gli anni, ma anche lo stile di vita e gli impegni sono diversi. Mentre a 20 anni procurarsi un infortunio richiede minor tempo di recupero, ha anche un impatto spesso inferiore sulla vita quotidiana, a 40 anni un infortunio implica anche non riuscire a lavorare o a rispondere agli impegni della vita quotidiana che comportano maggiori responsabilità. E questo bisogna considerarlo”.
Ma a chi la dobbiamo dare la colpa di questo progressivo rallentamento?
Ci spiega sempre Andrés “la colpa è ormonale. E questo purtroppo non lo si può fermare, giovani insomma non si resta. Con l’avanzare degli anni si riduce la produzione di collagene, una proteina che tra le varie funzioni fornisce anche resistenza e flessibilità ai tendini e ai legamenti. Anche i livelli di testosterone, presente negli uomini ma anche nelle donne seppur in quantità inferiori, si riducono e questo comporta uno sviluppo più lento della muscolatura. La densità ossea, inoltre, si riduce e quindi gli infortuni non solo diventano più probabili, ma anche, a parità di evento traumatico, potenzialmente più gravi e quindi ancora più complessi nel recupero”.
Fantastico, lapidario! C’è qualcosa che possiamo fare per rallentare il processo?
“Sì, continuare ad allenarsi in realtà è l’unica cosa realmente funzionante. L’attività fisica, adattata nei tempi e nelle modalità rispettando l’età, rallenta notevolmente questi processi. L’apparato muscolo-scheletrico, se opportunamente stimolato, riesce a rigenerarsi di più rispetto a quello di una persona che non si allena di età simile. Il decadimento di questi tessuti è molto più drastico nelle persone che non seguono allenamenti specifici”.
Ma come ci si allena oltre una certa età?
“Ovviamente non come a 20 anni, ma per tanti aspetti è provato che gli allenamenti possono in realtà risultare più efficienti. Solitamente in giovane età si tende a prediligere la quantità di allenamento, anche grazie al fatto che lo si subisce meno. Quello che ho notato dalla mia esperienza è che nel tempo invece la qualità diventa maggiore, anche perché a 40 e oltre anni le persone riescono maggiormente a percepire il proprio corpo, anticipando prima che sia troppo tardi, possibili dolori potenzialmente cronici. Inoltre, per quanto riguarda principalmente l’arrampicata, la maggior parte dei climber ottengono risultati di altissimo livello nella propria carriera più tardi e in questo è implicato anche un fattore di gestione, di miglioramento della tecnica e di esperienza che i giovani per forza di cose possiedono meno”.
Esiste una differenza tra i due sessi in tutto questo?
“Sì, ed è ancora molto poco studiata. La ricerca in merito è notevolmente arretrata, gli studi sono principalmente sugli uomini e poco sulle donne, sia per una ragione culturale sia perché, essendo le donne storicamente da poco tempo entrate nel mondo dello sport, c’è anche bisogno di farle arrivare oltre una certa età per avere un campione da analizzare e studiare. Dai primi dati emerge però che nelle donne i processi di invecchiamento sono più rapidi che negli uomini, il rallentamento nella produzione ormonale che si ha già verso i 40 anni, in quella fase definita peri-menopausa, causa un forte cambiamento metabolico. Inoltre, l’osteoporosi colpisce 1 donna su 3 sopra i 50 anni mentre colpisce 1 uomo su 5 di pari età. A tutto questo si somma un ulteriore fattore netto di demarcazione: la gravidanza. Per le donne che affrontano questo momento della propria vita, inevitabilmente il corpo subisce una serie di cambiamenti specifici in un arco temporale molto ridotto, mentre gli stessi cambiamenti per un uomo avvengono in tempi maggiori dando anche la possibilità di un adattamento migliore. Purtroppo sulle donne in gravidanza i pareri medici sono ancora molto, forse troppo cautelativi mentre alcune recenti esperienze sembrano indicare che, nel caso ovviamente di gravidanze fisiologiche senza rischi connessi, un allenamento specifico adattato a questa fase velocizzi notevolmente il recupero post parto.”
Ma, spoiler: della gravidanza e di questo specifico tema, parleremo in futuro!
Più esperienza, più testa (e forse più resistenza)
Ci sono dei vantaggi nell’avanzare dell’età, qualcosa che sembra invece migliorare o siamo proprio spacciati?
“Sì, la resistenza sembra migliorare nel corso degli anni. Molto della resistenza è legata a fattori puramente psicologici, si tratta di sperimentare personalmente il grado di tolleranza del proprio corpo e quindi poi riuscire, di poco alla volta, a superarlo. Ovviamente per fare quest’esperienza è necessario avere tempo e avere diverse occasioni. Ma non è un caso che nelle ultra di endurance la maggioranza degli atleti non siano giovanissimi!”
Come dice mio nonno, l’unico modo per non invecchiare è morire giovani e non crediamo quindi che ne valga la pena. Anche perché che fai, te ne privi della soddisfazione di dire ai giovani che alla loro età saltavi i fossi per la lunga? O che comunque fare due ore di sospensioni con sovraccarico al giorno prima o poi – e non è questione di se ma di quando – farà saltare le pulegge anche a loro? E dirlo mentre sorseggi una birra piccola perché la media ormai ti fa venire l’acidità di stomaco, ma questo ai 20enni non lo ammetteremo mai, ovviamente.


