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Movember: salute mentale maschile in arrampicata

salute mentale maschile

“Alè, duro uomo, solido uomo”. Quante volte capita di sentire gli uomini incitarsi così. 

Eroico. È stato così l’alpinismo per un intero secolo, quello che va dalla metà dell’800 fino, più o meno, alla metà del ‘900. E ovviamente è stato fatto esclusivamente da uomini. Lo scopo era quello di conquistare le cime, di piantarci la propria bandiera, di arrivare su per primi, certo, di scoprire ed esplorare ma soprattutto di misurare la propria forza, capacità, il proprio coraggio. Insomma, lo scopo era sempre lo stesso, lo stesso da quando abbiamo iniziato a batterci le clave sulle teste: misurare la propria virilità, che tradotto è quel gioco che si fa da che mondo è mondo, un antico gioco che tramanda tradizioni lontane, si chiama “chi ce l’ha più lungo”. Lo fanno soprattutto coloro che qualcosa di più lungo lo possono effettivamente avere: cioè i maschi. 

Poi, conquistate le cime, piantate le bandiere, ci siamo resi conto che arrampicare può anche essere divertente, senza per forza doverlo trasformare in un campo di gara dove, appunto, misurarselo. Anzi, con il movimento dell’arrampicata libera e con quello che è avvenuto negli anni ’70 in Yosemite, ci siamo proprio accorti che addirittura non serve necessariamente avercelo un pene, per arrampicare. 

Eppure, i nostri codici genetici faticano a dimenticare da dove siamo partiti. E siamo partiti dal gioco di chi ce l’ha più lungo, portato sugli 8000 e sulle pareti nord e sulle cime più difficili. Come potevamo, in una società patriarcale (sì lo abbiamo detto, patriarcale), non risentire di tutto questo, uomini e donne? 

Ma la domanda che ci facciamo è: come ne risentono gli uomini? Perché un sistema patriarcale opprime e comprime tutte ma pure tutti nei propri ruoli, non salva nessuna ma pure nessuno. Non risparmia gli uomini dal pegno che devono inevitabilmente pagare per i loro privilegi. E gli uomini che arrampicano di questa cosa non ne sono certo esenti. “Alè uomo, vai durissimo”. Guarda uomo, puoi pure andare come ti senti di andare, anche morbido se oggi ti va così, va bene lo stesso. 

Arrampicare è uno sport che ha una componente psicologica immensa, lo sappiamo benissimo. Puoi stare attaccato al trave ore e ore, ma se la testa non segue, i massimali servono poco. Da nessuna parte nel nostro cervello c’è scritto che dobbiamo essere a nostro agio a cadere nel vuoto da un sasso o, peggio, su una parete a 20, 30, 100 metri dal suolo. E la reazione più che normale e fisiologica a questa cosa è la paura, un’emozione primaria che guarda caso ai bambini maschi, viene prontamente assopita (ma di certo non rimossa) fin dalla più tenera età: non fare la femminuccia dai, sii coraggioso, non avrai mica paura? 

Non avrai mica paura, tu, che nel sistema patriarcale dovrai sempre dimostrarti forte, coraggioso, impavido, spavaldo. La paura, la fragilità, la vulnerabilità sono elefanti rosa che ballano in tutù nelle stanze dell’emotività maschile. 

Nella vita quotidiana il patriarcato vuole gli uomini indistruttibili, addossa a loro il peso economico e quello della carriera, c’è insomma una narrazione delle vite maschili che somigliano moltissimo a quelle pubblicità di macchine performanti e infallibili, nell’arrampicata e nello sport c’è la profonda convinzione che per essere davvero maschi bisogna spingersi oltre. Non si può certo avere paura, per esempio, di cadere o di fallire. E se proprio bisogna fallire, lo si deve fare da eroi, con un volo di almeno 3 metri fuori dallo spit altrimenti “dai uomo, chi non vola è vile”. Giuro, l’ho sentita davvero. 

In un contesto che spinge gli uomini a nascondere le proprie paure, ad iper-allenarsi spesso incorrendo in infortuni e danni ai tendini, gli uomini sono inevitabilmente sottoposti ad una pressione sociale costante che da loro pretende una sola cosa: dimostrare. L’arrampicata è spesso una continua prova di valore nella quale davvero chi non vola è vile e se non chiudi un tiro non hai semplicemente fallito quel tiro, che nulla dovrebbe dire di chi sei come persona, ma hai fallito tu come persona e quindi, in quanto uomo, vali un po’ meno. 

Il femminismo, che lo specifichiamo nel caso serva ancora dirlo, non ha mai avuto sete di vendetta e non ha quindi mai preteso che siano gli uomini a dover essere discriminati ora, è “un insieme di movimenti sociali, politici e ideologici che promuovono l’uguaglianza politica, economica, personale e sociale tra i generi”. Tra i generi: il femminismo si chiama così e non si chiama “egualitarismo” perché è un movimento nato tra le donne, dalle donne, in contesti sociali dove la discriminazione sistemica è più severa, incisiva e opprimente. Si chiama così perché lo hanno inventato le donne. Se contro qualcosa il femminismo punta il dito, quel qualcosa è il patriarcato non certo contro gli uomini. Il patriarcato è quel sistema che vuole gli uomini duri, puri e senza paura anche 5 metri fuori dallo spit. 

A noi piacerebbe vederli umani, dare loro la possibilità di non reprimere le proprie emozioni come la paura, ci piacerebbe che andare ad arrampicare fosse uno spaccato di una società dove ogni essere umano ha un valore intrinseco e arrampicare non aggiunge né toglie nulla a questo valore. 

Novembre è il mese della salute maschile, noto a livello globale come Movember. È un movimento che promuove la consapevolezza del benessere maschile sia psicologico sia fisico, attraverso la prevenzione delle patologie maschili più diffuse quali il tumore alla prostata o ai testicoli.

Perché se il patriarcato non esiste, esiste il fatto che dall’andrologo per i controlli di routine gli uomini ci vanno molto meno di quanto dovrebbero farlo, per la paura che nel proprio ano ci sia un interruttore dell’eterosessualità. 

Davvero: potete avere paura di cadere, non avere il bicipite tirato, arrampicare per il semplice e solo divertimento di farlo e farvi un controllo alla prostata. Non siete meno uomini, siete solo più umani. E davvero va bene così.  

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