“Ma scalare da due non è scalare”. Ah no? Devo chiedere al club del tombolo se mi posso unire a loro allora.
Potremmo iniziare l’anno con la serafica pace di chi tra i suoi propositi s’è messo pure quello di raggiungere il nirvana, ma per fortuna non abbiamo fatto un elenco di buoni propositi.
Di definizioni su cosa sia davvero la scalata, negli anni da quando scalo che sono vergognosamente troppi rispetto al grado che faccio, ne ho sentite davvero tante. La scalata DOCG, brandizzata e certificata, con questo sapore un pochino ariano che va più di moda del colore nero, sembra essere quindi solo quella che fai da un certo grado in su, da primo, fiondando come le molliche di pane nelle mense scolastiche delle scuole medie. E ovviamente è scalata solo quella su roccia, fuori, ça va sans dire. E il resto? Ma soprattutto: ma perché?
Mi chiedo intanto cosa spinga a creare una definizione così restrittiva di quello che per quasi tutte le persone è un hobby non retribuito. Perché ci deve pur essere una ragione che porta a creare un circolo elitario, esclusivo, all’interno del quale ci si sente un po’ Romeo er mejo del Colosseo ma senza esserlo realmente, piuttosto facendo in modo che altre persone risultino “meno”.
Scalare, come qualsiasi altra passione, purtroppo (ma forse pure per fortuna) per la maggior parte delle persone non concorre agli anni di contributi per la pensione, concorre a quelli per l’artrite ma questo è un altro tema. Insomma, se per scalare ci dovevano pagare, sarebbe statisticamente già successo.
L’arrampicata è l’insieme delle sue diverse possibilità: è arrampicata quella in falesia, quella trad, quella in palestra, quella di chi fa blocchi. È arrampicata scalare da primi o in top-rope. Certo: chiudere un tiro è inteso come farlo da primi, con modalità riconosciute tali da tutta la community dei climber. Ma questo non rende meno “arrampicata” quella di chi scala da due, per esempio. Rende casomai problematica la prospettiva di chi nutre una sorta di insofferenza verso chi lo fa, perché la domanda spontanea è: ma perché? Ma a noi il modo di scalare altrui toglie qualcosa? Viene meno il valore delle prestazioni di chi chiude un certo tiro o un certo blocco? Non mi sembra proprio. Ti si sgrada il tiro se qualcun altro lo fa da due?
L’arrampicata è un’attività molto variegata che nasce in contesti inizialmente scollegati da quelli puramente competitivi e sportivi; poi certo è arrivata anche alle Olimpiadi, ma quanto tempo ci è voluto e quanto è profondamente diversa la storia di questo sport rispetto a, per esempio, l’atletica che nasce e vive per le gare? L’arrampicata prima di essere una qualsiasi gara, è stata un’attività di ribellione, un atto spesso politico, uno “sport” tra molte virgolette. Quand’è che abbiamo perso il piacere di fare qualcosa per il solo gusto di divertirci a farlo? Senza che perfino il nostro tempo libero diventi un tempo produttivo? Vogliamo migliorare e siamo sereni nel farlo? Bene anzi benissimo! Vogliamo divertirci e goderci un’attività con modalità più calme e con un focus diverso: ma per fortuna possiamo permetterci di farlo!
Denigrare la scalata riducendola a qualcosa che esclude tutto ciò che non è “duro e puro” sembra un atteggiamento sospettosamente machista, frutto di chi della scalata ne ha fatto la propria identità e l’idea che qualcuno possa invece divertirsi e basta, diversamente, erode il terreno argilloso sul quale quell’identità poggia. Dire a qualcuno che scalare da due non è scalare o che scalare in palestra non lo è, ha un retrogusto di invidia negativa che di certo non è un buon ingrediente per l’ambiente dell’arrampicata.
L’arrampicata pone le persone di fronte ai propri limiti: diversi però per ciascuno di noi. Scalare da due può risultare più rassicurante in alcuni momenti e permette di confrontarsi con le proprie capacità fisiche, senza subire quello che può essere un trauma psicologico, ossia cadere quando non si è preparati per farlo per esempio. Scalare da due permette di aumentare il proprio bagaglio motorio, riuscendo a trovare maggiore sicurezza nei movimenti quando poi si prova a scalare da primi. Inoltre, scalare da due può in molti casi essere l’unico modo possibile: infortuni, gravidanze, periodi di forte stress psicologico nei quali cadere comporterebbe un carico psicologico eccessivo e non avrebbe alcun effetto positivo.
Scalare invece solo indoor è a tutti gli effetti una forma di arrampicata: sicuramente più sportiva, meno collegata all’ambiente naturale, ma il fatto che qualcosa non sia la nostra preferenza non significa che la nostra preferenza sia automaticamente migliore.
L’idea che l’arrampicata sia il regno dei senza-paura è un’idea illusoria ed è una trappola che non solo esclude chi non risponde a certi “dettami” ma non permette nemmeno a chi risponde alle regole di lavorare sulle eventuali paure, di arrampicare meglio e più serenamente: perché se della paura non posso parlare, difficilmente potrò affrontarla. Se per scalare davvero devo per forza scalare da primo e basta, cadere anche se a volte farlo contribuisce solo ad aumentare il livello di stress, quante volte scalerò divertendomi e quante invece solo per rimarcare che quella è la mia identità, che siccome lo faccio “davvero” allora ho un valore maggiore.
Ridurre l’arrampicata a chi scala su roccia, su un certo grado e da primi significa ancorarsi da soli in cima ad una montagna di orgoglio nella speranza che pochi altri possano raggiungerci. Ma ciò che siamo capaci di fare resta valido pure se qualcuno scala da due, pure se qualcuno preferisce scalare solo indoor, pure se il tiro lo abbiamo provato prima da due perché non eravamo sicurissimi dei movimenti e siccome oggi è una giornata difficile non ci andava di cadere.
La misura dell’arrampicata è anche nella capacità di includere altre persone, di creare un ambiente positivo e costruttivo insieme a chi condivide con noi questa passione.
Non crediamo che ci sia un ranking di valore intrinseco nello scalare in un dato modo o in un altro, pur restando validi i criteri che definiscono “chiudere un tiro”, chiuderlo non ci rende persone migliori umanamente rispetto agli altri, non ci rende superiori, non ci dovrebbe permettere di cacciare via dal parco giochi chiunque stia giocandoci oltre a noi. L’unica nota di attenzione che dovremmo avere è quella di utilizzare un moschettone personale quando si scala in top-rope, per rispetto verso il materiale in parete e quindi verso chi, con non poca fatica, chioda e sistema le falesie. Utilizzare il moschettone della sosta quando presente rischia di consumarlo molto in fretta: per altro se chi scala da due è meno esperto, si rischia anche di non accorgersi quando il moschettone in sosta è scavato al punto da diventare pericoloso. Ma sarebbe buona norma anche spazzolare le prese, pulire i tiri quando sono sporchi di terra o strappare i ciuffi di erba che ci crescono a volte sopra.
Insomma: dovremmo tutti e tutte prenderci cura di ciò che ci piace. Prenderci cura fisicamente dei luoghi dove arrampichiamo ma pure prenderci cura dell’ambiente e dell’atmosfera che si crea in falesia, perché declamare la “vera scalata” è quantomeno un pochino imbarazzante considerando che stiamo parlando di sassi in un bosco o 30 metri di roccia dai quali, per fortuna, non dipende il nostro valore come esseri umani.
Auguri di buon anno: vi auguriamo che sia un anno nel quale possiate scalare divertendovi, come vi sentite di farlo, perché a dirvi come fare le cose ci pensa il vostro capo gli altri 5 giorni della settimana. Almeno di fronte ad un sasso in un bosco, abbiate il coraggio di riappropriarvi di un tempo nel quale nessuno potrà valutare quello che decidete di fare.


