Io, io che scrivo eh, non sono un’entità astratta, ho 35 anni. Sono una millenial. È da un po’ che non aggiorno il curriculum vitae ma vi ricordate quando in quello in “formato europeo” (se siete millenial prego, vi ho sbloccato un ricordo pazzesco lo so), pur di accaparrarci uno stage a 300 € lordi al mese da neolaureati, siccome che esperienze di lavoro vuoi che abbia chi ha finito di studiare ieri, aggiungevamo quelle cose tipo passioni, hobby, volontariato, soft skills più soft dei rotoloni di carta igienica? Ecco, dieci anni dopo quel grigio periodo di transizione tra gli studi e “cosa mi interessa della vostra azienda dice? Soprattutto l’idea che io possa finalmente pagarmi le bollette”, se dovessi aggiornare il CV io 8 anni di terapia ce li scriverei, lascia fare. Hobby: xanax. Vale?
Otto anni, con qualche interruzione, in alcuni periodi una volta a settimana, in altri periodi una volta ogni crisi, comunque otto anni ad aggiustarmi, otto anni a smontarmi e rimettermi insieme. Otto anni a fare questa cosa per me stessa certo, ma alla fine nessuno di noi vive isolato senza relazioni. Alcune relazioni nemmeno le possiamo scegliere, ci capitano: genitori, colleghi. E sono spesso le più problematiche. E certo, andare in terapia è un gesto di amor proprio egoista in senso buono, ma ogni volta che in terapia parlo della mia famiglia, delle mie relazioni, che cito persone che invece da uno psicologo “no ma io sto bene non mi serve” penso: “offro io dai, qualcuno si deve pur sobbarcare ‘sto accollo di andare in terapia, non ti preoccupare Mà, ‘sta volta it’s on me, no Mà le lasagne domani sera non mi vanno, sono vegetariana dal ‘96.”
Otto anni di terapia nei quali è capitato più di una volta di parlare anche di arrampicata, da quel primo momento in cui ho dovuto chiarire allo sguardo interdetto della mia psicologa che quando dico “fare un tiro” non faccio riferimento alle canne che comunque guardi anche se fosse, e spiegare cosa significa un tiro di corda.
Perché l’arrampicata si porta in terapia, la terapia può essere utile all’arrampicata, ma l’arrampicata non equivale ad andare in terapia.
Lo sport in generale è uno sfogo, certo. E poi dal punto di vista proprio dei processi biochimici lo sport ci aiuta a rilasciare endorfine, sostanze che servono al nostro cervello per sentirci gratificati, stare bene. È letteralmente una droga, autoprodotta. E funziona! Ma funziona quando funziona, che sembra un gioco di parole ma qui casca l’asino: se non stiamo bene, lo sport funziona solo quando riusciamo a raggiungere i risultati che ci siamo dati. Se usato come strumento di terapia lo sport funziona nel momento in cui va bene. E se va male?
Sarà capitato a chiunque di attraversare un periodo brutto nella vita e di andare ad arrampicare magari già un po’ nervosi, stressati, con pensieri per la testa, stanchi. Il meccanismo che spesso subentra è quello che sperare che almeno questo, questo frangente di vita qui sulla roccia, funzioni. Perché in quel momento, mentre tutto il resto è uno schifo, a noi serve che almeno qualcosa vada bene, ci serve qualcosa a cui aggrapparci, qualcosa che ci salvi appunto, che abbia un esito positivo. E se questo per miracolo succede, va tutto liscio. Ma se, come è più probabile che vada, la quantità di aspettative che abbiamo in quel momento non ci permettono di arrampicare serenamente e quel tiro non solo non lo chiudiamo ma non chiudiamo nemmeno quel tiro che avevamo già chiuso dai, com’è possibile, ecco, se va così l’arrampicata usata come terapia ci presenta il conto. E se una seduta di terapia costa mediamente tra i 60 e i 90 € (offro io Mà, ricordatelo), il conto di una giornata in falesia vissuta così potrebbe essere però ancora più salato. Si innesca un circolo vizioso in cui meno riusciamo, più ci aggrovigliamo, più ci proviamo perché deve funzionare, è un imperativo, senza accorgerci che l’arrampicata funziona meglio quando noi stiamo meglio.
Perdiamo di vista qual è il vero punto focale: che se siamo noi a non stare bene, non staremo bene in nessun contesto della nostra vita e di certo non staremmo meglio arrampicando stanchi, tristi, frustrati. Il rischio è che se nemmeno l’arrampicata va bene, invece di essere un momento di svago, un momento nostro di tempo libero, quello diventa un altro problema da risolvere che si aggiunge ad un elenco non così corto.
Se un tiro non va, quello non dovrebbe essere l’ennesimo problema serio da gestire, ma dovrebbe rimanere solo ciò che è: un tiro, che forse riproveremo e chiuderemo, o che forse rimarrà nell’elenco dei project per l’eternità, ma dal quale non può dipendere il nostro benessere psicologico.
Proprio perché quando stiamo male c’è una sola cosa da fare: chiedere aiuto e mettersi nelle condizioni per poterlo ricevere. L’aiuto arriva soprattutto da chi è qualificato per darcelo perché quella è la sede in cui, avendone la possibilità e l’enorme privilegio di potersene occupare, bisogna prendersi cura di come si sta e sciogliere i nodi. Perché chiudere un project in un momento in cui quella è la zattera di salvezza può darci l’illusione che vada tutto meglio, certo, ma non chiudere il tiro di scaldo è la vera cartina di tornasole: come gestiamo il fallimento quando il fallimento è l’ultima cosa della quale avevamo bisogno?
Ecco, lo sport ci aiuta a rilasciare endorfine, ci fa stare bene e aiuta a rafforzare la propria autostima. Ma lo sport non cura la propria salute mentale, casomai…ne evidenzia lo stato. Se stiamo bene, affrontiamo meglio anche lo sport. Se però non stiamo bene, non ci sono dita allenate abbastanza dietro alle quali nascondersi: bisogna prendersi cura della propria salute mentale.
Per questa volta ho offerto io, ma è responsabilità di tutti e tutte assumersi il carico che ci spetta. Perché dei nostri disagi non curati spesso e volentieri, se non siamo noi a prendercene cura, significa che c’è qualcuno che è un po’ troppo vicino a noi che molto probabilmente lo sta facendo. Magari in terapia, spendendo il suo tempo ed i suoi soldi, mentre noi siamo in falesia perché chissà come mai, oggi non riusciamo proprio a scalare.


