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L’annosa questione del grado (e altre verità scomode)

L’annosa questione del grado

È talmente soggettivo, che lo sanno tutti. Lo sanno tutti che un tiro a Céüse, a Kalymnos, in una falesia storica francese o in una recente a Finale Ligure potrebbero tranquillamente non entrarci nulla l’uno con l’altro. Ma non solo: che lo stesso grado su calcare, su granito, di aderenza, in strapiombo, corto e con un movimento intenso di blocco, lungo senza singoli duri ma che richiede molta resistenza, potrebbe avere esiti diversi per molte persone.

Lo si dice spesso infatti, che il grado è un parametro, non è un’indicazione oggettiva di qualcosa. Insomma: a Parigi si conserva il metro, proprio il campione originale dell’unità di misura, non un tiro di 20 metri di 7a. Ci sarà un motivo, no?

Il motivo è che se chiedi a 20 persone di dire il grado di un tiro, non otterrai mai 20 risposte uguali. Per questo agganciarsi al grado come prova inconfutabile del proprio valore come climber ha ancora meno senso. Ma è decisamente più facile a dirsi che a farsi e infatti nel circolo vizioso del grado ci caschiamo tutti e tutte.

Ma andiamo per gradi (sì, l’abbiamo detto davvero)!

Il grado: una misura tutta personale

Partiamo dal dire una cosa fondamentale: la maggior parte delle persone che leggono questo articolo non scalano su difficoltà di rilievo internazionale. Oppure, se Stefano Ghisolfi ci sta leggendo, vuol dire che abbiamo fatto centro con l’algoritmo, ma dubitiamo. Quindi a prescindere che scaliate sul 5c, sul 7b o sul 8a, spoiler: non solo non gliene importa niente a nessuno, ma in tutti e tre i casi (sì, anche nel caso del 8a) siete solo un’altra persona delle tante, tantissime, che ci riescono. Liberatorio no? L’arrampicata sportiva ha una storia ormai sufficientemente lunga da far sì che sia chiaro a chiunque che alcune falesie siano diverse da altre, che alcuni tiri storici siano stati gradati in momenti diversi e quindi riflettono pienamente quel periodo, ma pure che morfologia e tipologia di scalate incidano molto nella riuscita di un tiro.

Ma in fondo poi, perché scaliamo? L’arrampicata è nata come attività fortemente anticonformista, lontana da schemi di performatività tradizionali, molto invece connessa ad alcuni movimenti sociali e politici degli anni ’70 e ’80. Poi certo, si è evoluta, come ogni cosa. E la sua evoluzione l’ha portata alle Olimpiadi. Non c’è mica nulla di male in questo. Ma il grado, parametro di riferimento di ogni climber, giudice e boia, forse così tanto boia non è il caso che lo sia.

Non siamo il nostro grado. Siamo molto di più.

Se consideriamo che le falesie sono chiodate in periodi storici diversi, da persone differenti con logiche diverse, se a questo aggiungiamo il fatto che abbiamo per fortuna visto persone chiudere 8b su calcare, appendersi su fessure di 6b su granito (e viceversa), persone alte arrivare alla tacca buona non riuscire a comprimersi in un movimento in strapiombo, persone basse trovare movimenti intermedi due gradi sopra il grado dichiarato del tiro, se consideriamo che una falesia chiodata “ariosa” può comportare una difficoltà psicologica di gran lunga maggiore rispetto ad un’altra chiodatura a parità di grado, ma soprattutto se consideriamo la cosa più importante di tutte ossia che la regola vuole che quando si stampa bisogna offrire da bere, non solo tanto vale cadere perché non abbiamo abbastanza soldi, oltre ad essere scarse e scarsi, ma soprattutto: chissene frega del grado, no?

Non è un valore oggettivo, è un parametro di riferimento. Dovremmo imparare a guardarlo come un indicatore, arrivare in falesia e scegliere un tiro nell’intorno di ciò che vogliamo scalare e non decretare a priori ciò che dobbiamo scalare. C’è un gioco divertente che consigliamo di fare con il proprio gruppo di arrampicata: in una falesia nuova lasciare che un’altra persona scelga per noi un tiro da fare senza dirci il grado. Ovviamente è un gioco di fiducia, non si manda la gente al patibolo, il grado è appunto un’indicazione di massima. Scopriremo ben presto che senza saperlo, il grado che percepiamo è leggermente diverso. Ma pure il modo che abbiamo di affrontarlo, perché il nostro grado limite, se non lo sai che sulla carta è quello, è spesso meno limitante di quanto pensiamo.

E allora perché così tanta attenzione al grado? Perché migliorarsi è un po’ l’obiettivo di tutte le persone, mica sbagliato. Ma a chi non è successo di chiudere un tiro sbloccando un grado nuovo e ritrovarsi la settimana dopo a non riuscire a schiodarsi su un tiro due gradi sotto? Quante volte ci si sente come se non ci meritassimo quella vittoria di qualche giorno prima, dato che non siamo capaci di consolidare una volta e per tutte i livelli inferiori? Come se chiudere un 7b fosse la chiave di volta definitiva per scalare a vista qualsiasi 6c al mondo. Bhè: non lo è. E questo invece che essere una condanna è una gran libertà, è la libertà di ricordarsi che a scalare ci andiamo perché ci piace, ci piace il movimento, ci piace quella tacca, ci piace il bosco e la persona che ci fa sicura, ci piace pure allenarci e migliorare, ma noi non siamo questo.

Siamo più del nostro grado, sempre.

Siamo persone, abbiamo relazioni, lavori, un gusto preferito del gelato, persone che ci fanno gli auguri al nostro compleanno e non gliene importa molto se abbiamo chiuso o meno un determinato tiro, passioni, sogni, progetti. Noi non siamo il nostro profilo su 8a.nu, il valore umano non è il grado, casomai è l’apporto che si dà al mondo dell’arrampicata.

Se su qualcosa ha senso focalizzarsi, quel qualcosa è godersi l’arrampicata, insomma quella storia che non conta la meta ma il viaggio, cioè certo che arrivare in catena ha un suo significato, ma vuoi mettere scalare un tiro bello, che ci piace, con movimenti che vogliamo imparare a fare, che a prescindere dal risultato inneschi un processo virtuoso che ci porti a dire: però ho fatto un bel tentativo e quel movimento è proprio bello. Che ci porti ad essere felici del processo, non solo dei risultati.  

Non è vero che l’arrampicata vera inizia sopra un certo grado, l’arrampicata inizia quando ci si mette le scarpette e si sale su un sasso, che a dirlo così forse ci si rende pure conto di quanto inutile in senso positivo è quest’attività. Di quanto il mondo resti tale quale pure se chiudi un tiro, ma pure se non lo chiudi.

Ma soprattutto, che se qualcosa nella propria vita non sta andando come vorremmo, se è un periodo grigio e spento, cercare conferme del proprio valore in qualcosa che è così volubile come un grado non solo è una scommessa molto perdente, ma poi davvero: non vi meritate di essere più amati se fate un certo tiro, non siete né più forti né più belli e belle attraverso un grado, non siete legittimati ad avere uno spazio solo se scalate oltre un certo livello.

Bisognerebbe ricevere tifo sempre, qualsiasi grado si stia provando, bisognerebbe ricordarsi che a definire il nostro valore sono altre cose, mica il grado, ma soprattutto bisognerebbe ricordarsi che chi ci vuole bene lo fa a prescindere dal grado e se lo fa in ragione di questo, il problema non siamo noi che abbiamo mancato un tiro, ma sono loro. Che se è un periodo grigio e spento, la soluzione non è provare un tiro al limite delle nostre possibilità psicologiche oltre che fisiche, con il quale dimostrare che siamo capaci e degni, ma andare in terapia e lasciare che ci vuole bene ci porti a casa il nostro gusto preferito di gelato. E magari perché no, ricordarci che scalare è divertente e non ci pagano mica per farlo. A meno che voi non siate Stefano Ghisolfi, in tal caso pazzesco cosa siamo riusciti a fare con l’algoritmo di questo magazine!

Conclusione

Insomma, il grado non è tutto. Ma se usato con consapevolezza, può diventare uno strumento utile per conoscerci meglio, metterci alla prova e crescere.
Se senti che è arrivato il momento di migliorare davvero, di allenarti in modo intelligente e allo stesso tempo vivere un rapporto più sano e sereno con la performance, 4Climbers è ciò di cui hai bisogno.

I nostri Master Coach sono qui per aiutarti a trovare la strada giusta per te, senza pressioni e senza giudizi.

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Senza ansia da grado, ma con tanta voglia di scalare meglio — e vivere ancora meglio.

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