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Infortunio in arrampicata: come affrontarlo e tornare più forti

infortunio

Mi ricordo bene cos’avevo pensato in quel momento, i due pensieri che ebbi mentre mi scivolava il piede e mi accorsi che il friend che avevo posizionato non aveva tenuto. Quindici metri di volo si fa davvero in fretta a farli. In una frazione di secondo è successo tutto, ho gridato, l’adrenalina ha fatto il resto, la corda finalmente è andata in tensione.

Ero finita sotto la sosta, di un paio di metri almeno. E in quel momento, lucida, ho fatto due pensieri, uno dietro l’altro, istantanei, involontari, quasi incontrollabili. Il primo fu un pensiero per fortuna sano: “sono viva”.

Anzi, ricordo distintamente che provai a muovere gli arti e nel provare dolore pensai che quello fosse un ottimo indicatore: “se mi fa male, funzionano ancora”. Insomma, verificai di essere viva e di non avere lesioni alla colonna vertebrale.

Però subito dopo arrivò come uno tsunami una sensazione travolgente di sconforto. Non pensai nemmeno, egoista me, al fatto che fossimo nel bel mezzo di una via in montagna, che ci sarebbe stato un intervento di soccorso da lì a poco, ingrata e nemmeno troppo riconoscente per essere viva, in un attimo l’onda mi travolse: guardai la mia gamba spappolata, la caviglia oggettivamente gonfia il triplo, il dolore fu improvviso e lancinante.

Mi vergognavo ma a me importava di una sola cosa: “dovrò stare ferma, dovranno ingessarmi, non potrò scalare, non potrò correre, non potrò allenarmi, è giugno e volevo fare un sacco di vie e invece guarda cos’ho combinato, mi sono bruciata via tutta la stagione.”

smara

Gli infortuni non risparmiano nessuno

L’infortunio. Ci siamo passati tutti.

Per me è stata un’esperienza improvvisa e traumatica, a seguito di un incidente importante su una via di roccia. Per altri è un dolore cronico che spunta fuori guarda caso proprio quando si sta spingendo con maggiore foga negli allenamenti, ma “caso” spesso non è. Comunque accada, quando ci inciampiamo dentro la sensazione ci accomuna tutti: frustrazione.

Gli infortuni sono una brutta bestia ma partiamo dal dire una cosa davvero importante: sono democratici. Nessuno ne è esente, fare sport significa esporsi alla possibilità di infortunarsi durante l’attività. Ed è un rischio che si cerca di ridurre al minimo, ma allo stesso tempo che bisogna anche assumere come parte del gioco.

Allenarsi inoltre ci espone al rischio di causarci dolori che il più delle volte ignoriamo e che poi, quando diventano cronici, ci presentano il conto dicendoci “ah sì, mi stai ignorando vedo e allora io resto qui” “no scusa in che senso, cioè fino a quando?” “mah guarda, pensavo una 50ina di anni, che ne pensi?”.

Quando il corpo ci manda segnali

È difficile ma passato il primo momento di rabbia, l’infortunio un suo ruolo ce l’ha. Intanto serve capire perché è successo: è stato un incidente? Capita. L’alternativa è smettere di fare ciò che amiamo e sappiamo bene che non è mai stata una valida alternativa.
È stato un incidente dovuto alla mancanza di allenamento o tecnica? Può succedere anche questo.

Anni dopo quel mio incidente in montagna, una volta durante un’uscita di scialpinismo sono caduta e mi sono fatta male al ginocchio. Non fu nulla di grave, ma per tre settimane il mio ginocchio fu fuori uso. Ero molto stanca in quel periodo e stavo affrontando dei grandi cambiamenti nella mia vita, avevo quindi poco tempo per allenarmi. Inoltre, come ormai va da anni, nevica poco e quando nevica ci si fa prendere dalla gola.

Quando mi sono fatta male al ginocchio io, in cuor mio, lo sapevo. Sapevo che mi ero fatta ingolosire dalla neve, che avevo le gambe stanche, che erano mesi che non mi concentravo minimamente sul potenziamento dei muscoli inferiori e che probabilmente quella caduta era stata almeno in parte anche colpa mia.

Nelle settimane successive, con il voltaren e il ghiaccio sul ginocchio, ebbi tutto il tempo necessario mentre zoppicavo in giro per casa per accettare che il mio corpo stava già lottando su altri fronti, che ero stanca per motivi che ben potevo capire e che forse avrei dovuto fare un gesto rivoluzionario nei miei stessi confronti: abbassare temporaneamente il livello, fare uscite di scialpinismo più adeguate alle forze fisiche che avevo in quel momento e rispettare il mio corpo, il mio momento della vita e volermi un briciolo di bene.

Insomma, siamo tutti campioni nel dire agli altri di essere gentili con loro stessi, salvo poi essere dei gerarchi nazisti nei nostri stessi confronti.

Smaranda Chifu

Allenarsi bene o allenarsi troppo?

A volte gli infortuni non sono altro che il risultato di allenamenti eccessivi e sbagliati: è capitato a tutti. Guarda caso saltano fuori proprio quando siamo sulla cresta dell’onda, in quel momento di gloria nel quale iniziavamo proprio a sentirci in forma. Loro, puntuali, ci riportano tipo gioco dell’oca, 10 caselline indietro.

Ma non è un caso. Perché tra “allenarsi” e “allenarsi bene” l’aggettivo “bene” segna una netta ed importante differenza. Fatevi seguire da chi è in grado di creare un allenamento che sia strutturato su di voi: 4Climbers offre numerosi programmi pensati da coach abilitati a farlo, serve ad evitare di farvi male, non solo a diventare più forti.

Per allenarsi bisogna imparare ad ascoltare davvero il proprio corpo, capirlo, capirne non solo le potenzialità ma pure i limiti. I limiti sono qualcosa che tutti abbiamo, altrimenti, se non ci fossero, staremmo tutti a provare Silence e invece ci ritroviamo al bar a parlare delle tacche sui gradi considerati medi.

Ogni allenamento va studiato sulla singola persona. Partire a bomba imitando Ghisolfi con 3 allenamenti al giorno e #norestday serve a poco nel medio-lungo termine. Bisogna dare al proprio corpo il tempo per abituarsi ai carichi.

Allenarsi è più questione di pazienza e costanza nel tempo, a volte anche imparando a fare un passo indietro quando necessario. Ogni dolore è un segnale. E ogni dolore ignorato ha una conseguenza.

Gli infortuni ci insegnano a fermarci

Gli infortuni sono parentesi, quasi mai sono permanenti, sono tempo prezioso per imparare a stare. A guardare verso gli obiettivi che abbiamo e modularli meglio.

Ad accorgerci che forse stavamo correndo moltissimo, senza però goderci il percorso. È frustrante, lo so.

Io ai tempi passai un’intera estate prima con il gesso, poi con il tutore, poi a fare fisioterapia, mentre i miei amici scalavano in giro, andavano in montagna, giustamente facevano le cose che anche io avrei fatto se solo non mi fossi infortunata. Però io ebbi un tempo estremamente prezioso per ripensare ad alcune questioni della mia vita che diversamente non avrebbero mai avuto priorità.

Quando finalmente tornai a scalare andai a fare una via per me molto semplice che fino a tre mesi prima avrei snobbato, perché io dovevo spuntare dall’elenco dei progetti ogni riga.

Mi ricordo che fu un momento bello della mia vita. Mi resi conto che ero viva, che forse quel primo pensiero che avevo fatto dopo l’incidente, cioè “sono viva e posso ancora camminare“ era cruciale. Mi sono sentita profondamente grata.

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