Ma vi siete mai accortə che della propria immagine le donne non possono disporre liberamente come soggetto? Guai, peccato capitale, Eva cacciata dall’Eden a pedate. Ma alla medesima immagine viene richiesto di aderire ad un canone così stringente da essere irrealizzabile?Immagine che poi viene prontamente usata come complemento oggetto per il godimento altrui? Se non ve ne siete accorti è perché non siete donne, se ve ne siete accorte è perché siete donne.
Se ti piaci, sei vanitosa: piacersi non è ancora culturalmente recepito come qualcosa di positivo. Però piacere (ad altri) non solo va bene, ma è doveroso, un obiettivo da raggiungere. E le donne che invece hanno rotto questo schema, piacendosi, un po’ di fastidio ce lo danno sempre. Soprattutto se sono anche forti, capaci, brave, talentuose.
L’arrampicata, come ogni manifestazione culturale della nostra società, non è esente da questo vizio. I social questo vizio riescono magistralmente a evidenziarlo, a renderlo una piaga peggio del terzo giorno di coliche intestinali.
Lo sport è una delle tante manifestazioni culturali nelle quali l’essere umano si prodiga. Non produce qualcosa che possiamo direttamente acquistare. Chi fa sport lo fa per sé, potevamo comprarceli all’epoca degli schiavi al Colosseo ma seppur (e purtroppo) vada di moda il revival di certe epoche storiche passate, abbiamo giustamente convenuto che quella fosse un’usanza eticamente non lodevole. Cosa si vende quindi dello sport, di modo anche da poter garantire a chi questa cosa la fa di lavoro, uno stipendio? Si vende la volontà di altrə di guardare lo sport, di vedere le gare, di seguire le atlete e gli atleti.
Sembra una banalità, ma le barrette proteiche questa gente che si scalda sugli 8a deve comunque potersele comprare. Addietro nel tempo questo veniva fatto sulle riviste di arrampicata, oggi viene fatto su Instagram e sui social in generale. La differenza però qual è? Che sulle riviste non si chiamavano influencer e soprattutto che sulle riviste sportive le donne erano scarsamente rappresentate. E quando lo erano, le modalità ricordavano vagamente quelle della pubblicità di Saratoga “brava Giovanna brava”.
“La nostra esistenza come donne climber professioniste era qualcosa di molto debole e così strettamente legata ai nostri corpi. Un foto shooting significa vedersi chiedere di togliersi la maglietta e stringere dentro la pancia, anche in pieno inverno, mentre molto spesso agli uomini veniva permesso di rimanere vestiti […]. Eravamo valutate per quanto eravamo attraenti […] eravamo in lizza per essere la mascotte femminile” commenta così la Beth Rooden di oggi questa sua foto di quando aveva 19 anni.
Ma cosa succede quando le donne riescono a prendersi uno spazio in prima persona? Lo spazio dei social, che viene gestito direttamente da loro e nelle quali non sono più oggetto della richiesta di un magazine al quale doversi sottomettere, pena pedate dall’Eden di cui sopra, che come racconta Beth tradotto era “avevo 19 anni, se avessi detto di no non mi avrebbero pubblicata sulle riviste di arrampicata e se non fossi stata pubblicata, non sarei stata pagata. Volevo avere l’autonomia economica per essere un’atleta e quello, in quel momento, era l’unico modo”.
Succede che le donne possono essere culturalmente o belle o brave, difficilmente entrambe le cose. Se sei bella quella è la tua qualità ed è anche l’unica qualità che ci si aspetta dalle donne, che anzi: si pretende dalle donne. Però occhio, che devi piacere ma non puoi piacerti, altrimenti a pedate via dall’Eden. Devi piacere ad altri, ma a te stessa se puoi gentilmente farti un po’ schifo è meglio perché l’autostima e la consapevolezza delle donne è una minaccia per il sistema.
Ma se decidi di lucrare su quello che sei, da soggetta attiva, come reagisce il mondo? Maluccio: perché le climber donne, atlete professioniste, sui social vengono ridotte allo status di “influencer”? Succede a tutte le atlete, è notizia di questi giorni Jutta Leerdam, 6,3 mln di follower su IG, pattinatrice di velocità, 27enne, 3 medaglie olimpiche, 7 mondiali, criticata aspramente per essere più influencer di quanto non sia atleta. E fondamentalmente per essere troppo consapevole di essere brava e bella, entrambe le cose: pedate via dall’Eden, qui non c’è posto per quelle che si accorgono delle loro qualità, altrimenti come le facciamo sentire inferiori poi?
Agli uomini atleti che raccontano le proprie imprese non viene però riservato il medesimo trattamento. Alex Honnold ha commentato il docufilm su Amity Warme “Ground Up” definendola “l’opposto di un’influencer Instagram” sottintendendo serietà, competenza. Lo stesso Honnold che un mese fa ha scalato un grattacielo in mondovisione su Netflix, facendo della sua immagine una delle icone più “influenti” del mondo dell’arrampicata, roba che perfino mia nonna sa chi è Honnold adesso. Lo stesso Honnold che ha posato nudo per ESPN, un sito americano dedicato allo sport, senza che però venisse per questo messo in dubbio il suo essere un atleta climber professionista capace e talentuoso.
Non è proprio lo stesso trattamento riservato a Sasha DiGiulian quando posò in lingerie: perché la differenza è che se le donne decidono autonomamente come disporre del proprio corpo come soggette, pedate via dall’Eden, ma se viene richiesto ad una climber 19enne di assumere pose sessualizzanti per la gioia del pubblico (maschile), siccome resta oggetto, allora va bene. Va bene perché la rende debole, manipolabile e quindi ça va sans dire, meno brava, meno competente quindi la possiamo pagare meno, svilire, metterla su un piano inferiore, usarla per decorare un racconto che però deve restare maschile. Non importa che Sasha DiGiulian abbia un palmares di ascensioni e aperture esagerato, importa che per essere brava non puoi essere anche bella e viceversa e soprattutto importa che in quanto donna, di nessuna delle due cose va bene che tu sia consapevole.
Agli uomini atleti difficilmente ci si rivolge chiamandoli “influencer” (come se tra l’altro fosse un’offesa esserlo), mentre Margo Hayes sotto alle foto dove scala, riappropiandosi del suo corpo e palesemente piacendosi, riceve commenti come “qualcuno ha notato anche la mano insaguinata?”, oppure in una foto dove si vedono le unghie con lo smalto qualcuno chiede “ma scali ancora, perché con quelle unghie non si direbbe?”.
Lo sport è sempre stato raccontato: in formati diversi, su piattaforme che sono cambiate negli anni. Il prodotto venduto dello sport è proprio il suo racconto, le vite delle atlete e degli atleti, le loro performance, le loro cadute e la loro capacità di rialzarsi. Essere atletə professionstə implica spesso, come parte del proprio lavoro, anche raccontarlo: è un prodotto culturale che viene venduto sotto legittima forma di spettacolo. E va bene.
Quello che va un po’ meno bene è riconoscere agli atleti la bravura a prescindere da come decidono di raccontarsi, di farsi fotografare, di esporsi e screditare invece le atlete quando la bravura si accompagna alla scelta di raccontarsi in prima persona magari non solo esclusivamente come atlete, ma esponendo anche altri lati di sé. Quello che va un po’ male è rendersi conto che poi questo sminuisce le loro performance, le riduce a “modelle/influencer”, cacciandole appunto a pedate via dall’Eden e richiedendo loro, per l’ennesima volta, di dimostrare di essere brave il doppio quando in realtà dovrebbe bastare essere brave e basta.


