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Etica dell’arrampicata

etica arrampicata

L’arrampicata è uno sport unico, non solo per le sue sfide fisiche ma anche per la sua filosofia intrinseca. A differenza della maggior parte degli sport, dove ci sono regole ben definite e arbitri che decidono l’andamento delle competizioni, l’arrampicata vive di un’etica costruita dalla comunità stessa. Questo articolo esplorerà le sfide etiche che i climber affrontano, le zone grigie della pratica e l’importanza della scelta personale nell’interpretazione di queste regole non scritte.

L’assenza di Regole Ufficiali

Nell’arrampicata, non esistono regole universali che definiscano davvero cosa sia giusto o sbagliato. In questo contesto, la comunità climber ha creato un insieme di comportamenti, abitudini e valori che formano l’etica dell’arrampicata. Questa etica non è statica ma si evolve nel tempo e si adatta alle nuove generazioni di climber. Cosa significa tutto ciò per chi è alle prime armi?

Le Domande Chiave

Molti climber, specialmente i principianti, si pongono domande fondamentali:

  • “Posso farlo?”
  • “È corretto?”
  • “Vale comunque la salita?”

La risposta, spesso, è: dipende. La mancanza di regole rigide porta a una varietà di interpretazioni, e ciò che è accettato in un contesto potrebbe non esserlo in un altro.

La Complessità dell’Etica

L’aspetto interessante dell’etica dell’arrampicata è che non si tratta di stabilire una linea netta tra giusto e sbagliato. L’obiettivo è riflettere su come le azioni e le scelte influenzino l’esperienza. La vera sfida è non spostare continuamente il limite verso una maggiore “elasticità” per giustificare le proprie azioni perché quando si comincia a trovare scuse per comportamenti discutibili, si rischia di svuotare di significato ciò che si sta facendo.

Le Zone Grigie dell’Arrampicata

Ci sono situazioni specifiche che creano dubbi e incertezze perché nel tempo le regole sono cambiate, si sono adattate, e oggi esistono diverse “zone grigie” dove ognuno interpreta a modo suo e che sollevano interrogativi. Ma questo non significa che tutto sia uguale.

L’obiettivo non è tracciare una linea netta tra giusto e sbagliato. Non è questo lo spirito dell’arrampicata.Il punto è un altro:
non spostare continuamente il limite verso una maggiore “elasticità” solo per far tornare i conti con il proprio ego. Perché è lì che l’etica si perde. Se si inizia a giustificare tutto, a rendere tutto valido, a trovare sempre una scusa… si sta svuotando di significato quello che si fà.

Vediamo alcune di queste regole.

Arrampicata “A vista” o Flash

L’A vista, per definizione, significa salire una via senza avere alcuna informazione: nessun suggerimento, nessuna osservazione, nessuna anticipazione dei movimenti. È l’espressione più pura della lettura e dell’interpretazione della via in tempo reale.

Se prima di salire hai visto video, osservato qualcuno o ricevuto qualsiasi tipo di informazione sulla via, ma riesci comunque a chiuderla al primo tentativo, allora si parla di flash. Rientra in questa categoria tutto ciò che facilita la lettura: dal suggerimento veloce su un piede, fino a indicazioni su riposi o sequenze. In pratica, qualsiasi indizio che possa influenzare la salita fa sì che non sia più a vista, ma flash. Non ha lo stesso valore dell’onsight, ma resta comunque una grande prestazione.

Vale anche la pena fare attenzione a un aspetto spesso sottovalutato: mentre stai provando una via a vista, può capitare che arrivino consigli non richiesti da terra o da chi scala vicino. Anche se in quel momento possono sembrare utili, in realtà rovinano completamente il tentativo. Per questo, se non sei sicuro dello stile con cui qualcuno sta salendo, la cosa migliore è non dire nulla.

Qui la vera domanda è: quanto vuoi essere onesto con quello che stai facendo?

Il primo rinvio già moschettonato

Capita spesso, soprattutto oggi, di partire con il primo rinvio già moschettonato. Nella maggior parte dei casi è una scelta legata alla sicurezza, ed è assolutamente comprensibile. Ci sono situazioni in cui la chiodatura è “old school” perciò il primo spit è molto alto e la caduta potrebbe essere pericolosa. E qui è importante dirlo chiaramente: la sicurezza dovrebbe sempre venire prima di tutto.

Allo stesso tempo, però, esiste una distinzione da fare. Non è la stessa cosa clippare il primo rinvio perché la via lo richiede davvero, oppure farlo sistematicamente anche quando non ce ne sarebbe bisogno. Negli ultimi anni, con l’evoluzione delle falesie e dei climber, l’approccio è cambiato: le nuove generazioni sono meno abituate a chiodature “old school”, e la community sembra essere diventata più morbida su questi aspetti rispetto al passato, dove invece c’era molta più rigidità.

Ecco perché questo è uno di quei classici casi di “zona grigia”. A nostro avviso applicare una regola rigida non sempre è utile, perché il contesto fa la differenza. Quello che conta è la consapevolezza: capire perché stai facendo quella scelta perché poi il punto rimane sempre lo stesso: stai adattandoti a una situazione reale… oppure stai semplicemente semplificando la via?

L’aiuto dall’assicuratore

Un altro aspetto di cui si parla poco, ma che succede molto più spesso di quanto si pensi, riguarda l’assicurazione. Ti capita di fare un movimento dinamico, magari perdi i piedi, e proprio in quel momento la corda è già leggermente in tensione. Non sempre è una scelta volontaria: può essere semplicemente un errore dell’assicuratore o una reazione istintiva.

Il punto, però, è che quella tensione cambia la situazione. Ti stabilizza, riduce l’oscillazione, a volte ti evita proprio di volare. In pratica, ti aiuta a restare attaccato alla parete in un momento in cui, altrimenti, probabilmente saresti caduto.

Questo significa che la salita non è più completamente “pulita”. Non è un giudizio, né qualcosa per cui colpevolizzarsi: sono cose che succedono. Ma è importante esserne consapevoli, perché anche questi piccoli dettagli fanno parte dell’etica e del modo in cui interpreti quello che hai fatto.

La sosta: dove finisce davvero la via?

Questo è uno dei punti più sottovalutati, ma anche più chiari dal punto di vista etico.

Arrivi in alto, sei stanco, magari spompato, e vedi la catena lì a pochi centimetri. In quel momento è facilissimo lasciarsi andare alla tentazione: allungarsi, afferrare la sosta, oppure moschettonare “in anticipo” evitando l’ultimo movimento vero sulla roccia.

Il problema è che la via non finisce alla catena.
La via finisce quando completi i movimenti sulla roccia fino alla fine naturale della linea.

La sosta è un punto di sicurezza, non una presa.

Se:

  • afferri la catena per tirarti su
  • moschettoni prima di aver chiuso i movimenti
  • eviti volontariamente l’ultimo passo perché sei stanco

allora, tecnicamente, la via non è chiusa.

E questo vale anche quando “sei lì”, a un movimento dalla fine perché spesso è proprio quell’ultimo movimento che dà senso alla via: quello che la rende completa, quello che chiude davvero la sequenza.

È uno di quei casi in cui non ci sono grandi zone grigie.
Qui la distinzione è abbastanza netta.

E’ una questione di coerenza non di rigidità perchè se la via è definita dalla roccia, allora devi rispettare la roccia fino in fondo. Poi certo, può capitare a tutti di essere troppo stanchi, di sbagliare, di mollare all’ultimo. Fa parte del gioco. Ma in quel caso la cosa più onesta è semplice:  riconoscere che non l’hai ancora chiusa… e tornarci.

Allontanarsi dalla linea degli spit

C’è poi un altro aspetto spesso sottovalutato: quello che in arrampicata viene chiamato fare l’orologio. Succede quando, invece di seguire la linea degli spit, ti sposti a destra o a sinistra per trovare prese migliori o rendere la sequenza più facile.

In molti casi è tollerato muoversi leggermente, diciamo entro la distanza di una bracciata. Non tutte le vie sono tracciate in modo rigidissimo e un minimo di adattamento è normale.

Il problema nasce quando questo spostamento cambia davvero la difficoltà della via. Se ti allontani troppo dalla linea per evitare il passo chiave o trovare prese più semplici, di fatto stai scalando un’altra cosa.

Anche qui siamo in una zona grigia, ma il criterio è sempre lo stesso:
ti stai adattando alla linea… o la stai semplificando?

Perché più ti allontani dalla linea originale, più ti allontani anche dal valore reale della salita.

Knee Pad: aiuto o “scorciatoia”?

Negli ultimi anni l’uso della ginocchiera (parliamo del knee pad e non di quelle ortopediche)  si è diffuso tantissimo. È uno strumento relativamente recente e, in molte vie, soprattutto quelle più vecchie, i primi salitori non la utilizzavano. Questo significa che in alcuni casi la ginocchiera può cambiare davvero la via perché permette riposi migliori, stabilità, e a volte rende fattibili movimenti che senza sarebbero molto più duri.

Quindi la domanda viene spontanea: usarla è giusto o no?

La risposta, ancora una volta, non è così netta perché la ginocchiera non è “barare”, è uno strumento ma è anche vero che può rappresentare un aiuto concreto.

E allora il punto non è tanto vietarla o evitarla a priori.
Il punto è l’onestà.

Se una via cambia significativamente con la ginocchiera, la cosa più corretta non è fare finta di niente, ma semplicemente dichiararlo. Dire: “l’ho fatta con la ginocchiera”.

Perché ancora una volta, nell’arrampicata, non è solo importante cosa fai… ma come lo fai e quanto sei onesto nel raccontarlo.

Il Vero Problema: Quando Tutto Diventa Valido

Quando guardi tutte queste situazioni, ti rendi conto che trovare una risposta giusta o sbagliata è davvero complicato. L’arrampicata è piena di sfumature, contesti e interpretazioni. Ed è proprio qui che si nasconde il vero rischio.

Se cominci a giustificare ogni scelta, se ogni “aiuto” diventa accettabile e trovi sempre un modo per dire “alla fine va bene così”, stai spostando continuamente il limite e senza nemmeno accorgertene, tutto diventa valido. Ma se tutto è valido, allora niente ha veramente valore.

Non si tratta di essere rigidi o di imporre regole ferree, è una questione di dare significato a ciò che fai. Se ogni compromesso è accettabile pur di chiudere la via, il risultato perde profondità e diventa solo un numero, non più un’esperienza autentica.

E questo si riflette anche nel modo in cui arrampichi perchè smetti di costruire fondamenta solide e inizi a cercare soltanto scorciatoie.

Perciò, la direzione è chiara: non chiederti solo “posso farlo?”, ma anche “che valore ha quello che sto facendo?” Perché, alla fine, nell’arrampicata, non è il grado a definire davvero la tua salita, ma quanto sei stato fedele al modo in cui l’hai affrontata.

L’Etica è una Scelta Personale

In fondo, l’etica dell’arrampicata è una questione personale e non qualcosa che riguarda gli altri. Puoi raccontare la tua storia come meglio credi, ma alla fine, la verità è quella che risuona dentro di te. Questa consapevolezza è ciò che può davvero cambiare ogni cosa.

Come coach, vogliamo sottolineare che non dovresti concentrarti solo sul risultato finale. Certo, chiudere una via è una grande soddisfazione, ma è altrettanto fondamentale riflettere su come arrivi a quel traguardo.

  • Come provi una via? È importante che tu sia consapevole di ogni movimento, di ogni tentativo. Ogni prova è un’opportunità per imparare, non solo un passo verso il successo.

     

  • Come la chiudi? La chiusura non è solo un numero da loggare su 8a.nu ma il culmine di un viaggio, di un processo che hai vissuto. Ogni salita ha una storia, e il modo in cui la concludi è parte di essa.

     

  • Quanto sei onesto con te stesso? Questo è il punto cruciale. L’onestà verso se stessi è la base di un climber consapevole. Se inizi a giustificare ogni tua azione, perdi di vista il significato della tua esperienza.

     

La qualità della tua esperienza è ciò che conta davvero. Non è il grado scritto su un’app o il video che hai postato sui social a definire il tuo valore come climber. È la tua crescita personale, il modo in cui affronti le sfide e come impari dai tuoi errori.

Quando scendi dalla parete, non limitarti a chiederti solo “L’ho chiusa?”. Fai uno sforzo in più e chiediti: “Come l’ho chiusa?” Questa domanda è fondamentale, perché è lì che si gioca tutto. È nel “come” che trovi il significato profondo della tua esperienza.

L’etica dell’arrampicata è un viaggio personale che richiede riflessione, onestà e apertura mentale. In un mondo dove le regole possono sembrare fluide e dove le interpretazioni sono infinite, la vera sfida è mantenere la propria integrità. È una sfida non solo verso gli altri, ma soprattutto verso te stesso. Rispetta la comunità, ma rispetta prima di tutto te stesso. La tua etica personale è ciò che ti guiderà, e il modo in cui scegli di affrontare ogni salita definirà non solo il tuo progresso, ma anche il tuo carattere come climber e come persona.

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