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Del fallire (spesso) e del provarci (sempre)

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Ho visto un meme qualche giorno fa nel quale a sinistra c’era l’immagine di un bersaglio per il tiro a segno, con una serie di freccette che avevano colpito i cerchi più esterni, qualcuna addirittura fuori dall’ultimo cerchio, comunque nessuna aveva, letteralmente, preso nel segno. La scritta sopra recitava “questo non è il fallimento”. A destra poi c’era l’immagine di una faretra con tutte le frecce ancora dentro. E la scritta che recitava “questo è il fallimento”. 

È uno dei tanti, troppi, meme che ogni giorno a me come ad ogni persona passano davanti agli occhi, però qualcuno riesce ancora a catturare la mia attenzione. 

Che cos’è il fallimento, in una società capitalista e così tanto performativa come la nostra? E quanto l’idea del fallimento ci condiziona dal provarci? Ma soprattutto, c’è qualcosa dell’arrampicata, qualcosa su questo tema che possiamo imparare e sperimentare scalando che forse ci può venire utile pure nel resto della vita? 

Secondo me sì. 

Negli ultimi decenni l’idea della performance si è sedimentata notevolmente di più rispetto a prima: non è che prima le persone non avessero qualche successo e tantissimi fallimenti (perché statisticamente la proporzione tra successi e fallimenti è sempre “qualche a tantissimi” ma ce lo dimentichiamo spesso), semplicemente non avevano Instagram o Strava. Non venivano di certo documentati i fallimenti e noi però non eravamo sottoposti ad una collezione di successi altrui, un carosello di cose che sono andate bene magari in fondo ad una giornata nella quale a noi è andato bene poco o niente, anzi. Il problema è che pure se questo meccanismo lo conosciamo, inconsapevolmente lo soffriamo tutti e tutte. E attenzione, che mica è la spartizione delle colpe e delle ragioni: non è che sia sbagliato voler condividere i momenti di gioia della propria vita, quelli che comunemente sono traguardi raggiunti (magari a fatica) o successi. Credo sia l’umana natura, sana, a portarci a dare maggiore peso ai momenti nei quali progrediamo come individui e minore importanza, per fortuna, alle giornate nelle quali le cose semplicemente non sembrano proprio andare per il verso giusto. Però l’effetto finale di tutto questo processo è che a noi arrivano solo i successi altrui e raramente il resto.

E spesso ci arrivano come un sasso di traverso in fronte, proprio nei momenti in cui noi non stiamo riuscendo a farcela. Che poi è un bias cognitivo ‘sta roba: è solo che in quei momenti siamo più sensibili, proviamo (giustamente) invidia. Quando sul carro dei vincitori ci stiamo anche noi, mica ci dà fastidio che attorno a noi le altre persone siano felici e di certo ci accorgiamo meno di quelle che sul carro in quel momento non ci sono nemmeno salite. 

Tutto questo, sommato ad un periodo storico nel quale dimostrare di essere sempre la versione migliore di sé, una versione migliore del sé del giorno prima, in una corsa ambiziosa sì in senso positivo ma pure estenuante verso un limite che è sempre oltre quello appena superato, di sicuro rende il fallimento un tema poco simpatico, un riccio pieno di aculei che non riusciamo ad avvicinare. Dei nostri fallimenti parliamo poco e l’idea che per un successo ci debbano essere numerosi tentativi, che proprio per definizione si chiamano tentativi, cioè cose che proviamo e non riusciamo a fare, è qualcosa che ci resta indigesto tipo il tris di primi ai matrimoni. 

Però in questo senso, arrampicare secondo me è un grande aiuto: l’arrampicata è uno sport nel quale il fallimento è una costante, molto evidente, molto tangibile e soprattutto ampiamente diffusa e comune. Quante volte un tiro ci sembra impossibile quel primo “giro esplorativo”, quello che “sì dai lascia su i rinvii che vado a vedere com’è” dal quale scendiamo col morale alla macchina e l’autostima bastonata? Non so voi, a me capita più spesso questo dei tiri a vista o flash dai quali scendo meravigliandomi come se Babbo Natale esistesse per davvero. E poi si prova, si riprova, si chiedono consigli, si trovano strategie adatte a noi, al nostro fisico, alla nostra altezza, al nostro peso, all’umidità di quel giorno, si tenta, si cade, si ritenta, si studia. A volte si abbandona per mesi e anni e ci si ritorna sopra in altri momenti, perché non è detto che impegnarsi comporti il successo, a volte comporta solo impegno e va bene così. Altre volte poi si arriva ad una quadra e il tiro lo chiudi. E se arrampicare è davvero uno sport nel quale col fallimento ci dobbiamo avere a che fare così tanto e così da vicino, andare a scalare può davvero diventare un piccolo laboratorio personale nel quale esporsi ad un fallimento privo di conseguenze per vaccinarsi e imparare che fallire è una cosa così tanto comune, così tanto normale e così tanto auspicabile che davvero il fallimento è non provare, è la faretra con le frecce ancora lì, mica la freccia che non colpisce il segno. 

Ci sono numerose cose che la scalata mi ha insegnato che con l’arrampicata hanno sì a che fare ma che hanno avuto risvolti positivi soprattutto nel resto della vita. Per esempio, ho imparato a ridefinire il successo: prima di tutto in falesia, concentrandomi spesso non più esclusivamente sui tiri chiusi, ma notando piccole vittorie più invisibili come l’aver arrampicato tranquilla mentalmente. Notare quando scalo bene mi porta a chiedermi quali sono gli elementi che secondo me in quel momento mi hanno aiutata ad essere serena: la persona che mi fa sicura, la falesia che magari mi piace particolarmente, qualche notizia esterna all’arrampicata che mi rasserena e questo è un circolo virtuoso nel quale divento più capace di innescare da sola questo processo positivo, di accendere gli elementi che mi fanno stare bene. Altri successi meno evidenti possono essere fare caso ai movimenti che si fanno mentre si scala, movimenti che magari non riuscivamo a fare prima, “ho sbloccato una tallonata pazzesca” e gioire di quello schema motorio ampliato. A volte, tante volte, semplicemente mi ricordo che vivo in un paese dove c’è uno stato di pace, dove a casa ho un posto caldo e che non ho mai avuto fame in vita mia, insomma, che lamentarsi di aver fallito un blocco o un tiro è un privilegio. 

E ripensare all’idea del successo come a qualcosa che ha molto più a che fare con il processo, con l’impegno profuso per raggiungere qualcosa e molto meno a che fare con il traguardo in sé, significa proprio ridefinire i propri limiti: darsi la possibilità di pensare che siamo tutti e tutte perfezionabili, che su Strava ci sono gli allenamenti riusciti e mica la corsa lenta fatta nel giorno in cui eravamo stanchi. Ma che la corsa lenta nel giorno in cui eravamo stanchi era ciò di cui avevamo bisogno e questo significa essere gentili, volersi bene, sopravvivere in un sistema che da noi vuole sempre e solo i massimali. 

Scalare è davvero un vaccino per il fallimento: significa fallire spesso in un ambiente dove fallire non comporta praticamente nessuna conseguenza (fallire un esame ha un impatto, fallire un tiro in falesia chiaramente ne ha un altro, minore), dove col fallimento ci possiamo giocare per renderci conto che non siamo qualcosa di meno noi, non è un limite definitivo, per ricordarci che viviamo in una società iper-performativa nella quale, a volte, il lusso è concedersi di essere mediocri, di essere normali, di stare ampiamente nella media e, contrariamente a come ci vorrebbero in quella situazione cioè demoralizzati, esserne felici. Insomma, per ricordarci che possiamo pubblicare su Strava pure la corsa lenta e segnare su 8a.nu pure i tiri che, nonostante le nostre e altrui aspettative, abbiamo chiuso solo dopo infiniti tentativi. 

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