C’è una cosa che mi ha sempre incuriosito, che nonostante siano le donne da secoli a cucinare, gli angeli del focolare, insomma le detentrici della ricetta perfetta delle lasagne, le donne restano cuoche. Gli uomini diventano chef. Siamo riusciti a raccontare così male la questione di genere che perfino l’unica cosa che alle donne è stata “permessa” nei secoli addietro, ossia il lavoro di cura e la cucina, quando diventa potente, diventa maschile.
Le parole sono importanti. Definiscono i confini di quello che siamo, disegnano proprio la direzione. Come parliamo di qualcosa, dice molto di come pensiamo a quel qualcosa. Ma cosa pensiamo quindi delle donne che scalano? Fermi fermi. Un attimo prima di cambiare pagina, avrete mica fretta di rimettervi a lavorare? Tanto il treno che state aspettando arriverà in ritardo sicuro. Un attimo.
Negli ultimi anni il gender gap nell’arrampicata si è assottigliato sempre di più, indubbiamente a questo processo hanno contribuito alcune atlete che hanno iniziato a frantumare i limiti, ridefinendo lo scenario mondiale.
Che ci siano delle differenze fisiologiche tra uomini e donne è evidente: massa muscolare, cicli ormonali, differenze di peso. Costruire uno scenario sportivo femminista non significa infatti far gareggiare uomini e donne insieme per vedere chi vince: non è mai stato questo l’obiettivo. L’obiettivo piuttosto è quello di non vedere più le donne ridotte a pochi esemplari, degli unicorni dotati non solo di potenziale ma anche di risorse privilegiate per sviluppare quel potenziale, delle quali poi sorprendersi, meravigliarsi, rimanere increduli di fronte alle loro capacità.
L’arrampicata è uno sport molto più complesso e confinarne le performance ad una sola caratteristica o è un atto di malafede o è un atto di inconsapevolezza. Per scalare serve forza, serve risuolare decine e decine di scarpette e quindi fare davvero tanti km verticali per maturare esperienza e migliorare la tecnica, serve resistenza e serve lavorare molto sui propri meccanismi psicologici. E poi sì, serve anche essere flessibili. Ma nessuna di queste caratteristiche, da sola, basta per chiudere un 9A.
I protocolli di allenamento solo da poco tempo vengono studiati appositamente per i corpi femminili, ma questo non sorprende considerando che fino alla fine degli anni ‘90 perfino gli studi clinici e la ricerca medica venivano condotti esclusivamente su soggetti maschili. Negli USA la FDA (l’agenzia del governo statunitense responsabile per la regolamentazione e la supervisione di prodotti alimentari, farmaci, cosmetici, dispositivi medici) ha vietato la ricerca su corpi femminili fino al 1993. In Italia i primi trial clinici su donne risalgono agli anni 2000. Insomma: se non era poi tanto importante capire di quali tumori morissero di più le donne, o a quali rischi cardiovascolari fossero più soggette, pensare a come allenarle per la performance sportiva va da sé che non fosse un tema come dire…rilevante.
Se a questo si somma il fatto che le donne hanno iniziato ad accedere ad ambiti della vita al di fuori di quello domestico, parliamo quindi di istruzione, carriera lavorativa, cultura, politica e sì, anche sport praticamente l’altro ieri, è abbastanza evidente quanto le performance femminili siano fortemente condizionate da molti più fattori della semplice differenza fisiologica rispetto al corpo maschile e che il divario non sia riconducibile solamente al più o meno testosterone.
In uno studio del CONI, che trovate in link in fondo all’articolo, nel quale si analizza lo scenario sportivo italiano tra il 2021 e il 2022, a pagina 21 emerge che tra i tesserati di tutte le Federazioni Sportive Nazionali nel 2022 il 31,3% sono donne mentre il restante 70,3% sono uomini.
La domanda quindi da farsi non è perché ancora poche donne riescono a raggiungere i livelli più alti, ma perché, ancora oggi, le donne hanno così poche possibilità di sviluppare il proprio potenziale e raggiungerlo, quel livello. Se ogni 10 atleti e atlete 7 sono uomini è statisticamente più probabile che tra quei 7 ci sia qualcuno con un livello di performance davvero alto, mentre è molto meno probabile che tra le restanti 3 donne del campione ci sia un’atleta di livello equiparabile.
Brooke Raboutou ha da poco sfondato il muro, portando in catena il primo 9b+ femminile, Excalibur ad Arco. Eppure, tra tanti commenti di elogio, abbiamo letto anche “è DNA”, “essere flessibili è un vantaggio femminile”. È DNA fa riferimento al suo essere figlia di due importanti climber. Ma arrampicare non è DNA, casomai Raboutou può essere considerata un esempio di quanto crescere all’interno di una cultura e una famiglia che supportano le proprie potenzialità serva a svilupparle, è una condizione necessaria ma di certo non sufficiente. Dire che “è DNA” significa sminuire il lavoro, l’allenamento, la competenza e il merito. Di Brooke abbiamo anche letto, tra i commenti sotto l’articolo di un importante giornale di alpinismo e arrampicata italiano, “bella con la coda da cavalla”. Bella, con la coda da cavalla, sotto la performance del primo 9b+ femminile al mondo.
Dire che Margot Hayes ha chiuso La Rambla solo ed esclusivamente perché è riuscita a portarsi il piede all’altezza della spalla significa intanto ridurre la flessibilità ad una capacità innata esclusiva delle donne, un po’ come prendersi cura degli altri, essere emotive e fare le lasagne no? E significa però anche invalidare il resto delle competenze, quelle delle quali parlavamo prima: forza, tecnica, allenamento psicologico.
Mentre nelle vie lead il divario viene scalato letteralmente sempre di più, nel boulder, che richiede una componente di forza massimale maggiore, la differenza di prestazioni tra uomini e donne è ancora ampia. Ma a quante donne viene erroneamente insegnato che “è più da donne la scalata in placca”, interiorizzando l’idea che la pura potenza non sia qualcosa che compete loro e quanto servirebbe invece avere programmi di allenamento specifici per sviluppare non solo la massa muscolare delle atlete ma soprattutto la loro autostima? Certo, non deve essere facile avere una fisicità simile a quella di Alex Puccio e sentirsi dire che “somigli ad un uomo”. Katie Lamb, la prima donna ad aver chiuso The Dark Side (V16, 8C+) in Yosemite, aveva commentato la sua stessa performance dicendo “mesi di impegno. Movimenti radicati nella memoria muscolare. Una connessione con la roccia così profonda da permanere anche nei pensieri. È così che avvengono i passi avanti, con pazienza, concentrazione e ridefinendo ciò che è possibile”. Qualcosa di più di una semplice spaccata, no?
È un tema complesso e purtroppo le donne sono ancora troppo poche e delle donne si racconta ancora troppo attraverso la sola lente maschile. È un fenomeno molto strutturale ed i risultati delle donne in ogni ambito, compresa l’arrampicata, sono innervati da questioni di gran lunga più articolate della sola “forza VS flessibilità”. Ma intanto, mentre qualcosa lentamente “eppur si muove”, godiamoci lo spettacolo di Babsi Zangerl, sulla quale, dopo aver liberato vie come Odyseey (Eiger), Eternal Flame (Nameless Tower, Pakistan), dopo aver scalato flash Freerider su El Capitan e aver chiuso recentemente Bombardino ad Arco (9a+), abbiamo letto commenti che dicevano “Jacopo però è più bravo e non viene lodato altrettanto”.
Chissà, davvero chissà, come le fa le lasagne Babsi.
*Fonte articolo CONI


