Il corpo delle donne tra sport, forza e libertà
Ho fatto atletica, più nello specifico salto in lungo, per 14 anni. 14 anni a saltare in una buca di sabbia al campetto. Mi piaceva moltissimo. Poi ci siamo lasciate, io e l’atletica, quando per me è stato giusto così, ma questo non ha mai sminuito l’amore che ho provato verso quella buca di sabbia. Quando ho iniziato avevo solo 4 anni, ero letteralmente una bambina. E ho iniziato perché nel cortile della scuola dietro casa mia c’era una buca per il salto in lungo. Vedevo i ragazzi, li chiamavo ragazzi ma avranno avuto 8 anni, saltarci e mi sembravano così forti, come se per un momento riuscissero a volare. Ragazzi, al maschile, perché ça va sans dire, erano tutti maschi.
Andai da mia mamma e le comunicai, io 4enne lei 35enne, che c’era una decisione da sottoscrivere: io volevo fare salto in lungo. Io non penso, ora che sono 35enne io, che la sua risposta fu in malafede, non credo davvero volesse consapevolmente crearmi questo concetto in testa, costruirmi questo giudizio, ferirmi. Penso che il suo fosse un commento leggero, un pensiero stratificato negli anni nella mente di una donna che 35 anni li ha avuti che erano ancora gli anni ’90. Ma mi disse “ma no, che poi ti vengono le gambe da uomo”.
Vorrei anche fare una carezza sulla testolina della bimba che ero, che dopo aver pensato qualche secondo a quelle parole, rispose di tutto punto (ero una bambina con un certo caratterino, per fortuna): “ma se le gambe da uomo mi servono per saltare, a me vanno bene”. Bella risposta, piccola. Com’è andata a finire? Che ho fatto atletica per 14 anni e mi sono venute due cosce che per averle più sottili credo me le dovrei affettare.
Quella bambina di 4 anni aveva la prospettiva giusta. Da lì nel giro di una decina di anni le avrei odiate le mie gambe, avrei avuto disturbi alimentari cercando di pesare meno, perché le ragazze non devono pesare più di 60 kg, in termini assoluti, non importa l’altezza o di cosa sono fatti i kg, l’importante è essere piccole, minute, magre, sottili. Massì dai, pure invisibili, zitte, sorridenti. Tascabili, poco fastidiose o ingombranti insomma. Le donne devono essere in un formato tascabile.
Ho in mente un’intervista di Janja Garnbret che, parlando del proprio corpo muscoloso, dice che “il mio corpo mi serve per fare ciò che mi piace e voglio fare”. A quanto pare, notizia di questi giorni, le serve per flashare i 9a. Ho in mente Lindsey Vonn, pluricampionessa di sci di discesa, che in vista del tuo ritorno alle competizioni con le Olimpiadi di quest’anno, ha lavorato un anno intero “per mettere su 5 kg, non pensavo di riuscirci invece alla fine ci siamo”. Un anno per aumentare il proprio peso di 5 kg, di massa muscolare.
Le donne sono state educate ad un modello fisico che ci vuole piccole, bisognose di protezione, non certo forti. Considerando con quanto ritardo si sono avvicinate al mondo dello sport, corpi femminili con un’importante massa muscolare non se ne sono visti in giro per molto tempo. Tascabili. Perfino in palestra, quando mi capitava di andarci, sentivo moltissime giovani donne dire “non voglio però che mi diventino le braccia o le gambe grosse”. E giù ore intere sul tapis roulant, perché il cardio piace molto al patriarcato.
Come se tra l’altro questa cosa, del mettere su massa, fosse facile da fare. E qui arriviamo al dunque: il timore delle donne di “diventare grosse” non solo è socialmente e culturalmente indotto, ma pure poco fondato. Avete idea di quanto tempo e allenamento ci vuole per diventare grosse? Per ottenere un’ipertrofia visibile servono due ingredienti: un importante surplus calorico (proteico nello specifico) sommato ad un periodo lungo a sufficienza di allenamento specifico intenso. Sarebbe piaciuto molto a Lindsey Vonn che quest’anno si è allenata circa 8 ore al giorno, che fosse stato più facile mettere su quei 5 kg di massa muscolare che si era data come obiettivo.
Ma i muscoli ed il loro sviluppo dipendono da tre principali fattori: la tensione, cioè lavorare con carichi sempre più impegnativi di volta in volta; la fatica metabolica, lavorare vicino a quella sensazione di “bruciore”, che altro non è che il punto in cui si crea una rottura nelle fibre muscolari che, con adeguato riposo e soprattutto con l’alimentazione giusta, viene riparato aumentandone il volume; il tempo, questo processo richiede moltissimo tempo, avviene molto lentamente e serve che il corpo abbia gli strumenti giusti per costruire la massa muscolare senza danneggiare i tessuti. Usare carichi e pesi eccessivi rispetto alla propria massa muscolare porterebbe solo a causare danni ai tendini e alle articolazioni. Ci vuole tempo.
Non ci si sveglierà mai dopo un mese di palestra somigliando a Hulk. Sia che sia questo un desiderio oppure una paura. Perché il timore delle donne verso la massa muscolare? Ripeto, perché ci vogliono tascabili. Ci vogliono così tanto tascabili che pure noi finiamo per volerci tascabili. Invece dovremmo essere forti, ingombranti, riempire gli spazi che ci hanno tolto, anche fisicamente.
Il canone estetico femminile non ha mai previsto la forza o la potenza. E, consapevolmente o meno, l’idea di non rientrare nel canone spaventa tutte. Ma allora è su questo che bisognerebbe lavorare, perché c’è un interruttore e l’interruttore ce l’aveva quella bambina di 4 anni: ma a me il mio corpo a cosa serve? Siamo così tanto concentrate su come i nostri corpi appaiono che ci dimentichiamo cosa vogliamo farci, con questi corpi. Che ci dimentichiamo che i corpi sono uno strumento che abbiamo, non il fine. Il fine dovrebbe essere un viaggio, camminare, abbracciare, un obiettivo sportivo, il cibo condiviso in compagnia delle persone che amiamo. Invece ci educano a vederlo come scopo fine a se stesso.
I corpi servono per vivere. Servono per chiudere un tiro o un blocco. Servono per la felicità che proviamo quando raggiungiamo un obiettivo che ci eravamo immaginate. Nello specifico per arrampicare (ma estenderei il discorso a qualsiasi sport), i muscoli servono per evitare gli infortuni. Laddove siamo sottoposte a movimenti di potenza, molto esplosivi, avere una struttura muscolare adeguata permette per esempio, nel boulder, di evitare infortuni ai tendini. Numerosi movimenti, facendo boulder, coinvolgono swing, oscillazioni laterali, oppure il perdere i piedi. Se non fosse per i dorsali, gli addominali e le spalle, quindi se non fosse per una buona stabilità scapolo-omerale, povere le articolazioni coinvolte in quei movimenti.
Avere un corpo forte serve per poter fare ciò che ci piace più a lungo possibile, soprattutto quando non si hanno più 25 anni. Perché eventuali danni alle strutture connettivali nemmeno sembrano esserci all’inizio. Ma la loro ripetizione protratta nel tempo presenta il conto solo dopo. Servono spalle sufficientemente allenate per non farsi male, sono i quadricipiti ed i femorali a dare sollievo a quelle povere ginocchia, sono gli addominali a stabilizzare i movimenti. I muscoli insomma, servono. E non è nemmeno così facile costruirli.
Forse aveva ragione quella bambina di 4 anni, anche se ce ne avrei messi una ventina per iniziare a capirlo: diamo troppa attenzione a come i corpi sono. E in una società che soprattutto per le donne pone così tanto l’accento sull’aspetto fisico, spostare l’attenzione da “come un corpo è” a “cosa faccio con il mio corpo” è una rivoluzione. I nostri corpi sono nel modo in cui ci serve che siano, per fare ciò che ci rende felici, soddisfatte, realizzate. Ma soprattutto: davvero vogliamo continuare a vergognarci per non essere tascabili?


