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Arrampicata, egocentrismo e l’universo: guida indispensabile alla nostra irrilevanza

GIUDIZIO E ARRAMPICATA

In una società che ci invita a produrre costantemente, perfino la nostra stessa vita diventa un prodotto e lo diventano di conseguenza anche quelle passioni, come l’arrampicata, che ci dimentichiamo che sono nate per caso, in una palestra di paese o tramite una persona che ci ha portati a provare. Sono passioni che sono nate nel tempo che abbiamo chiamato libero, non ci paghiamo mica l’affitto con la scalata. Voler migliorare di grado e impegnarsi per farlo è cosa buona e giusta ma un grado in più non aggiunge però valore a ciò che siamo come umani.  

Con le vacanze alle porte dovremmo forse prenderci prima un momento per ripensare al ruolo dell’arrampicata per noi e, perché no, al ruolo che l’arrampicata ha in generale. L’arrampicata sportiva è nata anche come risposta e movimento sociale molto anti-conformista, politicamente schierato, come reazione all’alpinismo classico ed eroico che ambiva alla conquista della cima, a portare a casa un obiettivo molto riconosciuto (dagli altri, guarda che caso!).

Scalare sassi, che poi è quello che facciamo, o tiri di 20 metri in falesia, non ha nulla di eroico. E questa, amici, è proprio una bella notizia! Perché se dalle 8 alle 17 (più straordinari non pagati) dobbiamo per forza a volte fare un compromesso e starci, in questo gioco capitalista, che ci serve per pagare la risuolatura delle scarpette, forse un po’ di ragionamento su come viviamo invece il resto del nostro tempo lo possiamo fare. Abbiamo iniziato a scalare per il senso di libertà, non per vederci oppressi in un grado (ne abbiamo parlato qui) o per infilarci in un’altra situazione dove essere catalogati, giudicati, esaminati. Questo sguardo viene spesso interiorizzato e a volte non sono nemmeno gli altri a giudicarci, lo facciamo direttamente noi: se non chiudiamo un tiro siamo un fallimento, se scaliamo da due siamo poco coraggiosi, se non scaliamo un certo grado non scaliamo proprio.

Il vero nemico non è il grado.

Abbiamo deciso quindi di farvi dono di tre concetti, per affrontare meglio i mesi e le situazioni estive alle porte:

– I giudizi parlano di chi li esprime, non di chi viene giudicato. Ogni volta che diciamo che “questa cosa fa schifo”, esprimiamo un giudizio che dice qualcosa di noi, del nostro gusto, di chi siamo noi. Se a noi fanno schifo i pomodori, i pomodori però non c’entrano nulla, colpe non ne hanno, non devono diventare carote per allinearsi al nostro gusto. I giudizi degli altri su di noi ci dicono chi sono gli altri, non chi siamo noi. E lo scopo della nostra vita non è accontentare gli altri, ma essere contenti di noi stessi, star bene nella nostra pelle. Se qualcuno ci giudica, il problema è loro, mica nostro. Soprattutto: quante volte cerchiamo di compiacere persone che nemmeno ci piacciono e che per noi nemmeno sono davvero importanti?

– Si scala con le altre persone, ripetiamolo: con le altre persone. E le persone non sono gradi ambulanti, sono persone. Parlano, bevono le birrette, lavorano, hanno altri interessi. Motivo per cui se qualcuno vuole arrampicare con noi, fare una vacanza insieme a noi per scalare, molto probabilmente è perché vuole passare del tempo con noi, non con il grado che facciamo. E se finiamo per sbaglio insieme a persone che sotto ad un certo grado non considerano nemmeno di rivolgerci la parola, l’unica cosa che dobbiamo fare non è attaccarci al trave per essere degnati della loro considerazione, ma cambiare persone con le quali scalare. Perché l’arrampicata è uno sport che sappiamo bene, regala poche soddisfazioni molto sporadiche e tante, tantissime bastonate. E statisticamente le giornate nelle quali facciamo solo dei gran tentativi fallimentari sono di più di quelle nelle quali portiamo a casa il bottino. Essere felici quando hai chiuso un tiro è facile, a prescindere da chi hai affianco, ma la cosa importante è scordarsi d’esser caduti con la catena in faccia perché affianco si hanno persone capaci di ricordarci che siamo lì per divertirci, per provarci, per stare insieme. E che comunque vada la giornata, si faranno una birretta con noi lo stesso.

– L’essere umano, per come lo conosciamo, cioè sapiens, sta a ‘sto mondo da 300.000 anni. ‘Sto mondo sembra esistere da 4,5 miliardi di anni. Noi a ‘sto mondo ci stiamo, dice l’ISTAT, un’80ina di anni circa. Una scoreggia, noi siamo il tempo di una scoreggia dell’universo, o un battito di ciglia se siete per la versione più francese. Contemporaneamente a noi, su questa Terra, ci vivono altre 8 miliardi di persone, che lavorano, si innamorano, viaggiano, scalano, surfano, giocano a scacchi, fanno giardinaggio, scrivono, suonano, cucinano, sono appassionate di farfalle. La nostra passione per l’arrampicata è una piccola parte di un’infinità di possibilità, vissuta da una persona che di fatto rappresenta lo 0,000000000125% degli esseri umani attualmente in vita e la cui vita in termini temporali è lo 0,000000017% del tempo che questo pianeta ha conosciuto. Questo per dire che non siamo così importanti, che non vuol essere nota di demerito, ma una leggerezza, la consapevolezza che la nostra vita è piccola, è poca, non siamo al centro, da noi per fortuna non dipende molto, figurarsi se dipende qualcosa dal nostro tentativo di salire su questo sasso alto 2 metri in un bosco. E spendere questa frazione così minuscola di tempo che ci è stata concessa per farci carico di cosa pensano gli altri, sarebbe davvero un gran peccato no?

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