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Arrampicare oltre i limiti fisici: la storia di Elisa Berruti

berruti elisa

La scalata non è solo forza fisica, ma anche volontà, passione e la capacità di adattarsi agli ostacoli—sia quelli sulla roccia che quelli della vita. C’è chi si allena per superare un blocco difficile e chi, come Elisa, trasforma ogni sfida in un’opportunità per crescere. Il suo approccio all’arrampicata è profondo e consapevole, legato non solo alla prestazione, ma anche alla scoperta, alla cura dei luoghi e alla libertà di vivere la propria passione senza farsi definire dai limiti imposti dal corpo.

Tra la ricerca di nuovi blocchi da valorizzare e il suo percorso personale con una malattia autoimmune degenerativa, Elisa ci insegna una lezione importante: il miglior allenamento, nella scalata come nella vita, è la costanza.

In questo articolo, la scrittrice Smaranda Chifu intervista Elisa Berruti, esplorando la sua storia, la sua passione per l’arrampicata e il suo modo unico di affrontare le sfide.

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Nome?

“Elisa Berruti”, su instagram la trovate come @ookami_climber

Età:

“39 anni”

Tipologia di scalata preferita?

“Boulder!” Lo dice convinta e senza esitazioni. Elisa ci svela subito la sua vera anima “bazzico molto nella zona nell’entroterra piemontese, al confine con la Liguria. Oltre alla scalata in sé sui blocchi, quello che mi piace molto è valorizzare i posti, scoprire aree boulder ancora non sviluppate, magari andare in giro a cercare qualche blocco immerso nell’edera e, con pazienza e dedizione, pulirlo e tirare fuori queste linee che hanno un valore diverso quando sei tu a trovarle”

Elisa scala spesso in Val di Gesso e collabora attivamente con Marco Bagnasco e Sergio Carrara (noti anche come “Varazze Boulder Explorers”) per mantenere, pulire e tracciare le zone blocchi a Varazze, in Liguria.

La prima cosa che ti verrebbe da dire di Elisa, non appena ci parli, è proprio questa: a lei piace scoprire, cercare, prendersi cura dei luoghi e attraverso i luoghi, delle persone che ne fanno parte. Il suo approccio ai blocchi è molto sensibile e non riguarda solamente la performance.

Da quanto tempo scali?

Come tutti i climber anche Elisa fa fatica a risponderci a questa domanda. Non so se ci avete mai fatto caso ma nessuno dice, secco, un numero di anni. Per tutti l’arrampicata è un po’ quella storia che è partita in sordina, poi però ci siamo rivisti una sera al bar qualche anno dopo e niente oggi i nostri figli sono in prima elementare. Infatti Elisa ci dice “assiduamente dal Covid, anche se ho conosciuto la scalata fin da bambina. Sono sempre stata una bambina molto sportiva, a 8 anni ho iniziato a giocare a calcio e sono andata avanti fino ai 19, l’arrampicata era ancora qualcosa di latente.”

E poi?

“E poi è successo che quello che era latente è venuto fuori. A 19 anni un giorno ho sentito un forte dolore al ginocchio. Inizialmente ho pensato fosse un dolore normale dovuto a qualche sforzo di troppo. Al mattino dopo il ginocchio era gonfissimo, eppure non avevo fatto nessun movimento strano, non c’era stato un evento traumatico che giustificasse questa cosa. Quando ho provato ad alzarmi dal letto, sono caduta, non sono riuscita nemmeno a stare in piedi”

E poi è successo che Elisa ci ha messo quasi 4 anni per avere la diagnosi della sua patologia autoimmune che colpisce l’apparato muscolo-scheletrico, procurandole tumefazioni e danni alle articolazioni. È una patologia cronica e degenerativa con la quale Elisa convive da quasi 20 anni.

Osiamo chiederle, quasi sorpresi: la scalata non crediamo te l’abbia proprio consigliata il tuo medico, o no?

Ride. “I miei medici, poveri, si sono arresi ormai. Mi conoscono, sanno che per me la cosa fondamentale è stare bene facendo quello che mi piace, vivrei molto peggio se mi limitassi per via della mia malattia. È come il grado, è sempre soggettivo. Ci sono esperienze, malattie, gradi, che per tutti noi sono più o meno affrontabili. Dipende molto anche dalla struttura di ciascuno. Per me la cosa fondamentale era non farmi definire dalla mia malattia, non farmi condizionare nelle mie scelte. Poi certo, io devo avere sempre un occhio di riguardo a come e quanto mi alleno, ci sono periodi nei quali la malattia diventa più presente e magari sono forzata ad uno stop anche di un paio di mesi, però io non sono la mia malattia e voglio continuare a fare scelte libere, come per esempio la libertà di arrampicare”

Come ti alleni, alla luce anche di questa patologia?

“Mi alleno circa due volte a settimana, a secco e scalando in palestra, oltre ad arrampicare fuori. Per via della mia patologia devo fare sempre molti esercizi di flessibilità. Sull’app di 4climbers tutta la parta relativa allo yoga e allo stretching per me è fondamentale. Poi ho imparato ad adattarmi. La mia patologia colpisce tendenzialmente per me di più la parte sinistra del corpo: se non posso allenare quella, pazienza, farò esercizi per la parte destra! Ci sono periodi nei quali io posso fare solo esercizi di riabilitazione, bisogna ricominciare da capo ogni volta, però riuscire a fare ciò che amo e mi appassiona è un motore molto forte, che mi spinge ad avere determinazione e pazienza”.

Da quanto tempo segui i piani di 4climbers?

“Assiduamente da dicembre. Ho notato un importante miglioramento nei movimenti dinamici in questi mesi, che erano sempre stati il mio punto debole, nonostante le mie difficoltà, il miglioramento c’è per tutti quando si segue un piano personalizzato e adeguato al proprio corpo.”

Ti alleni anche a casa, che disponibilità di attrezzatura hai?

“Io a casa ho il trave, il pan güllich e qualche peso. Ma questo, insieme ai giorni nei quali vado in palestra indoor è più che sufficiente per eseguire gli allenamenti”.

Riesci a fare il trave, nonostante la patologia?

“Riesco a fare tutto, in questi 20 anni ho imparato a distinguere molto bene la sensazione di dolore che mi arriva dal corpo; riesco a capire e anticipare quando quel dolore riguarda la mia malattia e quindi a rallentare se necessario prima che il problema si concretizzi. Non ci sono dei veri limiti, ci sono cose che riusciamo a fare di più o di meno, ma vale per tutti mica solo per chi ha uno svantaggio fisico importante come il mio”.

Questa particolare risposta ci spiazza, insomma, pensavamo di avere la scusa migliore e invece no, anche oggi ci tocca andare ad allenarci con la coda tra le gambe!

Lavori?

“Lavoravo. Ho fatto per anni la commessa in un negozio, ma qualche mese fa mi sono licenziata perché non era il mio, stavo male e volevo dedicarmi a quello che mi piace. A me piace stare fuori, quindi ho fatto il corso da treeclimber e ora vorrei dedicarmi a tempo pieno a questo. Tra l’altro è stato utilissimo anche per il lavoro di pulizia delle aree blocchi, avere uno sguardo educato verso le piante e capire come pulire e gestire la vegetazione si sta rivelando molto utile!”

Davvero, la triclimber? Tu che hai una patologia autoimmune degenerativa che colpisce le articolazioni?

Elisa si mostra sempre di più essere una persona con una determinazione d’acciaio: “davvero, io davvero voglio essere una persona libera di fare le proprie scelte riguardo ciò che mi piace fare nella vita.”

Cosa puoi dire ad una persona così? Verrebbe da dire un classico sciapò, alla francese, che poi sarebbe chapeau ma se l’avessimo scritto così quanti l’avrebbero capito?

Verrebbe anche da dire che possiamo davvero imparare tutti, dagli altri. Elisa ci insegna una cosa preziosa dell’allenamento, lei che rimane in equilibrio su un’onda che potrebbe infrangersi senza preavviso ogni volta: ci insegna che l’arma migliore per allenarci ma pure nella vita è davvero la costanza, la capacità di permanere, di fare quello che riusciamo in base al periodo, rispettando davvero non solo il nostro corpo (aldilà della malattia: quante volte tutti noi ci siamo allenati mentre eravamo stanchi, ignorando il nostro corpo?), ma anche i singoli momenti delle nostre vite. Non esiste persona in grado di tollerare mentalmente e fisicamente un carico sempre crescente, a volte migliorare significa soprattutto riconoscere quello che possiamo e che è sano fare, che non sempre è “di più”, a volte è semplicemente…fare.

Conoscerla e averla a bordo con noi è uno stimolo per tutti, per quella sua capacità di mettere a fuoco gli obiettivi e concretizzare il percorso: ognuno il suo, personale, che richiede sempre un’immensa pazienza e tanta passione.

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