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Arrampicata, politica e memoria storica: tra resistenza e libertà

arrampicata politica

Bisognerebbe chiedersi intanto cos’è, la politica. Siccome ho fatto il classico, pure io soffro di quella cosa di cui soffrono tutte le persone che hanno fatto il classico: te lo devono dire, che hanno fatto il classico. Spesso citando cose latine o latineggianti. Però mi viene in mente proprio quella latina definizione di “res publica”, di “cosa pubblica” ossia che la politica è l’insieme degli interessi, dei doveri e delle istituzioni di una società, in senso ampio è l’organizzazione stessa della società.

La politica è tutto ciò che ci riguarda, in qualsiasi ambito delle nostre vite: è politica il modo in cui andiamo a votare, certo. Ma è politica il sistema d’istruzione, quello della sanità, è politica (oh sì che lo è) l’arte. È politica la musica, il cinema, sono politica i vestiti e le mode.

È politica lo sport.

Certo, alcune di queste cose sono più politiche di altre: possiamo convenire sul fatto che il quantitativo di tasse che paghiamo sia qualcosa che percepiamo più vicino alla politica intesa come “le stanze dove le persone preposte prendono le decisioni” rispetto ad una partita di calcio oppure ad una via di arrampicata. Ma se a prendere le decisioni, per esempio, che impattano sulla crisi climatica sono sempre le “persone preposte nelle stanze opportune”, come possiamo pensare che lo scioglimento di un ghiacciaio non sia anche politica? Che quindi non sia cosa pubblica, che non ci riguardi, che sia altro rispetto a noi?

“Il personale è politico”, diceva Michela Murgia. Il personale, cioè il proprio genere, il colore della pelle, l’età, il lavoro che facciamo, dove abitiamo, se decidiamo di sposarci o meno, di avere figli o meno, quello che mangiamo. Tutte queste piccole parti delle nostre vite sono influenzate dalla politica e hanno l’immenso potere di influenzarla.

Figuriamoci se non lo è, allora, lo sport.

Figuriamoci se non lo è, allora, la montagna. Un luogo dove le più sanguinose ed importanti guerre della nostra storia sono state combattute così tanto che ancora oggi ci sono i segni fisici, le trincee, i bunker, le linee di difesa. Un luogo dove la resistenza ha trovato rifugio e protezione. Un luogo che per sua natura e geografia ha segnato un limite fisico invalicabile.

Che non sia un periodo storico confortante è chiaro ai più. Non vorrei gettare benzina sul fuoco dello sconforto, anzi. Vorrei eventualmente ricordarci che è comunque il migliore dei mondi che abbiamo saputo creare fino ad ora e che la nostalgia del passato bhè sì, sni, parliamone. In qualsiasi momento del passato minimo minimo c’erano guerre mondiali sanguinose, bombe atomiche, dittature (quelle vere, non mi soffermerò sulla differenza), le donne non andavano a votare da nessuna parte al mondo, le streghe venivano bruciate e andando sempre più addietro hanno davvero pensato che la terra fosse piatta. Oh, non lo è, abbiamo controllato, è tonda. Pazzesco. Siamo davvero andati sulla Luna e i vaccini non causano l’autismo.

Allo stesso tempo questo resta un mondo perfettibile, migliorabile, un mondo nel quale assumerci le responsabilità personali per ciò che è politico, è pubblico, impatta sugli altri e, se ce ne disinteressiamo, ci ritorna in testa come un boomerang.

E sono tempi nei quali, tra i vari commenti che leggo online, ne noto uno più di tutti, “lasciamo queste cose politiche fuori dall’arrampicata, perché qui non c’entra nulla”. Ma non solo in ambito scalatorio e alpinistico, ma pure riguardo per esempio le manifestazioni Pro Palestina alla Vuelta, la famosa gara ciclistica che c’è stata in Spagna a inizio settembre.

Ma come si fa a lasciar fuori qualcosa che sta dentro ogni cosa che viviamo?

Poi quant’è ingenua quest’idea che lo sport, in generale, non sia politico. Mi vengono in mente le Pantere Nere alle Olimpiadi di Città del Messico del ’68 con il pugno guantato di nero sollevato come simbolo del Black Power per denunciare la discriminazione razziale e la lotta per i diritti degli afroamericani, o Kathrine Virginia Switzer che magari di nome vi dice poco o niente, ma è lei quella nella foto in cui corre la maratona di Boston, all’epoca vietata alle donne, mentre la tirano indietro per la maglietta per fermarla. Era il ’67. O il caso della climber iraniana Elnaz Rekabi che aveva gareggiato senza il velo nel 2022.

Non erano forse politica? E non è forse vero che più forte è il megafono che si ha, maggiore è la responsabilità di usarlo? E dunque che ogni palcoscenico, ogni manifestazione che può parlare a più persone è anche un’occasione per farlo? Ci lamentiamo spesso della disaffezione delle persone verso la politica ma quando poi le persone dimostrano interesse e sono attive c’è una tendenza considerevole a screditarle.

Quando Dale Bard e Lynn Hill scalavano in Yosemite negli anni ’70 e ’80, la loro non era certo una scalata a-politica. La loro era la scalata figlia del movimento anarchico, in piena sintonia con la visione politica figlia del ’68 e in perfetta antitesi con la conquista delle cime in modalità eroica dell’inizio del ‘900. Quella era politica. Così come era politica la figura di Lynn Hill come prima donna a liberare il Nose, era femminista ed era politica.

La domanda quindi mi sorge spontanea: di fronte a numerose figure di alpinisti e alpiniste, di riviste e di organizzazioni e palestre che hanno scelto di aderire agli scioperi degli ultimi mesi e in generale alla causa palestinese, come si può pretendere così tanto a gran voce di “lasciare fuori queste cose dalla scalata”, come se questo fosse un armadio di Narnia nel quale infilarsi dimenticandosi che mentre noi godiamo del privilegio della libertà, della sicurezza fisica, del cibo e delle garanzie minime di vita, questo non avviene altrove? Non è forse proprio questo privilegio che abbiamo ad essere il dritto della stessa medaglia il cui rovescio è la responsabilità di parlare a nome di chi non può fisicamente farlo? Di chi ha una voce immensamente più debole della nostra?

Si può liberamente scegliere di farlo o meno, non è obbligatorio e, a mio parere, nemmeno un demerito quello di non essere attivi. Però screditare chi decide di farlo, chi si prende questo accollo e se lo sobbarca in qualsiasi circostanza della vita, ecco quello sì che è un demerito. Minare le fondamenta di una società partecipata e attiva e demolire chi aggiunge un mattoncino alla partecipazione, alla famosa “cosa pubblica” io non credo sia un atto ingenuo, credo proprio che sia in malafede.

Demandare la politica alle sedi ufficiali significa ritenere che la politica la debbano e possano fare solamente le persone che di lavoro fanno i politici: che in Italia sono quelli che sulla questione Palestina sono immobili, invisibili, accondiscendenti. La politica siamo tutti e tutte noi, in ogni singolo momento delle nostre vite, non solo quando andiamo a votare (se ci andiamo). La politica siamo noi quando scegliamo cosa mangiare, come spostarci, con chi arrampicare, quale prodotto comprare.

La politica siamo noi quando decidiamo di utilizzare i nostri mezzi per parlare delle cause che riteniamo importanti.

La montagna non solo è piena di confini, di trincee, di difese, di politiche e politica. La montagna, quella che molti oggi vorrebbero neutra, che forse farebbe comodo avere come un luogo dove andare scordandosi dei pesi e delle responsabilità dei nostri tempi, quella stessa montagna vorrei ricordare che è stata uno dei principali punti dove la resistenza partigiana è riuscita a ritrovarsi, a riconoscersi, a nascondersi, a combattere il fascismo.

Pensare che la montagna possa essere neutra è non solo illusorio, ma pure storicamente sbagliato. “O bella ciao” ad un certo punto recita “e se io muoio da partigiano, tu mi devi seppellir (…) e seppellire lassù in montagna sotto l’ombra di un bel fior”.

La politica e le posizioni che prendiamo dicono chi siamo e ogni persona, organizzazione, azienda ha il diritto di esprimere la propria identità politica, anzi, oserei dire che ne ha il dovere. E non ci sono manifestazioni o luoghi nei quali ciò che siamo, le nostre identità e istanze, dovrebbero scomparire perché quella è la cultura che stiamo costruendo tutti e tutte insieme.

Ah, mi è anche capitato di leggere qualche commento nel quale si esortavano le donne a non parlare di politica ma “di arrampicata e basta, che ti viene meglio”. Per questo specifico argomento rimando al nostro articolo sulla parità di genere nell’arrampicata e risponderò dicendo che siamo brave anche a fare le lasagne, certo, ma soprattutto siamo brave a non farci dire da altre persone di cosa, quando e dove dovremmo parlare. È una scelta politica, come dicono i romani: stacce!

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