Alex Honnold e il Taipei 101: impresa o intrattenimento?
Alex Honnold, ma siamo ancora in tempo per parlarne? Oppure, come per ogni cosa della nostra società c’è una finestra di 48 ore di tempo in cui sull’argomento si possono, anzi, si devono esprimere delle opinioni e poi quella finestra si chiude per sempre? Non è forse diventato questo il fulcro: l’istantaneità, l’immediatezza di tutto ciò che facciamo? Qualsiasi esperienza va condivisa subito, non dopo. “Dopo”, il futuro, è un tempo verbale che su Instagram nemmeno esiste. Qualsiasi questione va commentata mentre è calda, perché poi ce la dimentichiamo, il nostro interesse verrà solleticato dalla prossima polemica, dalla prossima spettacolare vicenda. Abbiamo sviluppato una scarsissima capacità di mantenere l’attenzione alta. Perfino sui temi sui quali un po’ di tempo per riflettere bisognerebbe invece prenderselo. Per esempio, su questa storia di Honnold e del Taipei 101.
A meno che nelle ultime settimane non abbiate fatto un ritiro spirituale isolatə dal mondo intero, vi sarà capitato di venire a sapere che Alex Honnold, già passato a fama internazionale a ragion veduta non solo perché uno dei climber più forti al mondo ma per aver scalato Free Rider su El Capitain slegato, ha scalato questo grattacielo alto 508 metri, chiamato Taipei 101. E che l’impresa, perché di impresa parliamo, è stata trasmessa live su Netflix. Anzi, in differita di 10 secondi, il tempo calcolato necessario dalla produzione per oscurare le immagini nel caso in cui Honnold avesse mai fatto la stessa fine che m’immagino di poter fare io 36 cm fuori dallo spit: morire.
Partirò dal dire una cosa positiva: questa comunque è e resta un’impresa. La famosa Taipei 101 non presenta difficoltà elevate, sicuramente ne ha di più Free Rider il cui grado arriva al 7c. Farsi un 7c slegati a centinaia di metri dal suolo quello si che mi fa avere non pochi incubi di notte. Tra l’altro Free Rider è una via di circa 900 metri di sviluppo, quasi il doppio del grattacielo, d’ora in avanti, più famoso di Netflix. Però resta un’impresa. Lo resta perché estratte dal contesto, questo genere di cose che le persone fanno contengono dentro di sé il tecnicismo, la tenuta (stagna) psicologica di chi le compie, la capacità tipica degli esseri umani di mettersi volontariamente in pericolo per il gusto di sperimentare l’adrenalina e di spostare in là sicuramente i propri limiti ma così facendo, pure quelli di tutte le altre persone.
Perché ogni volta che al mondo qualcunə ha fatto qualcosa per cui ci siamo fermati e abbiamo detto uuaaau, un intero esercito di altre persone normali ha allargato l’orizzonte delle proprie possibilità in proporzione a quanto appena scoperto. Prendiamo l’esempio dell’arrampicata stessa: il livello medio (medio!) raggiunto oggi dalla maggior parte delle persone sarebbe stato considerato un livello altissimo 30 anni fa. Conosciamo tuttə persone che hanno chiuso almeno un 8a, o siamo noi quelle persone. Un 8a nel 1990 era una cosa, oggi un’altra. Il divario colmato è dovuto anche al fatto che una volta che le colonne di Ercole vengono oltrepassate, pensare a certi obiettivi diventa più possibile per tuttə.
Le domande che mi sono posta sono però di altra natura: perché e soprattutto, a cosa serve la diretta Netflix di quest’impresa? Oltre a costringermi a spiegare per l’ennesima volta a mia zia che sì, si scala a mani nude, no, non si usano i guanti.
La diretta è stata centrale in questa storia. Ma quindi, a che bisogno ha risposto la diretta se non allo stesso bisogno che ci porta a rallentare mentre passiamo di fianco ad un incidente in autostrada? Ossia il nostro desiderio, morboso, di avere a che fare con la morte? La possibilità reale seppur remota che Honnold cadesse è stata motore di un engagement che difficilmente sarebbe mai stato uguale se la medesima sua scalata fosse stata trasmessa in differita, se avessimo saputo prima come finiva il film. Seppur Free Rider sia tecnicamente più difficile, di Free Rider sapevamo già il finale. Mentre lo guardavamo Alex Honnol sfilava sui red carpet degli Oscar. Di Taipei 101 il finale non lo poteva prevedere davvero nessunə. E questo solletico alle piante dei piedi, questo pensare che una persona si sarebbe potuta sfracellare sull’asfalto sotto lo sguardo di migliaia di presenti è qualcosa che dice moltissimo di noi. Del nostro bisogno, ripeto, morboso, di toccacciare la morte per sentirci salvi. Racconta di noi qualcosa di molto simile a ciò che raccontano i film o le serie come Jeffrey Dahmer, che hanno un je ne sais quoi in più solo perché sappiamo che quella storia è vera. Solo perché la morte è raccontata sì, ma è reale. Solo perché Honnold sappiamo per certo avere un margine mostruoso rispetto alla difficoltà, ma t’immagini se scivola e cade? Netflix aveva 10 secondi di differita per oscurare tutto, anche se sappiamo tuttə benissimo che i video di un’eventuale caduta avrebbero avuto più visualizzazioni della diretta Netflix stessa.
Poi c’è un altro punto, quello della spettacolarizzazione: ossia che al centro di tutto non ci sia la difficoltà dell’impresa di per sé, ma la difficoltà dell’impresa per te che guardi. Lo spettatore è parte integrante di tutto, parte però attiva. Parte validante dell’impresa stessa. Non deve semplicemente essere tecnicamente difficile, deve essere visto come tale da chi guarda. Tant’è che in molti punti Honnold ha chiaramente, a mio parere, fatto delle scelte che erano funzionali a questo spettacolo, a questo teatro: l’incastro di ginocchio quasi sotto la cima, quel gesto tipico dei riposi con un incastro, del togliere entrambe le braccia e scrollarle da una ghisa che dubito pure ci fosse, però quanto fa figo? Quanto fa figo l’incastro di ginocchio non necessario e quel togliere le mani? Ma più di tutto quanto fa figo per un pubblico composto soprattutto da persone ignoranti di arrampicata? E non è una critica! Ignoranti nel senso che non la praticano, che non la conoscono, ignoranti come lo posso essere io di razzi spaziali o anche semplicemente della tecnica “punto e croce” nel cucito. Perché non tuttə facciamo e sappiamo tutto e la diretta Netflix l’hanno guardata moltissime persone che non hanno verosimilmente mai avuto a che fare con nessuna forma di arrampicata in vita loro, così come tra i presenti sotto il grattacielo c’erano persone che statisticamente con la scalata non c’entrano nulla. Quell’incastro di ginocchio, con tanto di commento da partita di calcio in sottofondo “oooh noo, uaaaau”, era dedicato a quelle persone, a quelle persone che nei vari piani del grattacielo lo filmavano coi cellulari mentre lui salutava da fuori. Ma serve? E serve a cosa?
Che arrampicata stanno raccontando le persone che possono raccontare così tanto dell’arrampicata? A pochi anni dall’ingresso di questo sport alle Olimpiadi, stiamo ancora cercando di spiegare che la speed è un’attività che rappresenta certamente un punto di vista sull’arrampicata ma che è quello minoritario, che per una persona che fa speed ce ne sono decine che fanno lead o boulder, ma la speed ha trainato moltissimo perché è immediata, cronometrata, facile da capire. Il percorso è lo stesso, vince chi arriva primo. Spiegare le regole del gioco quando di mezzo invece ci vanno difficoltà tecniche non facilmente comprensibili a chi ti chiede perché scali a mani nude, è un’altra cosa.
Mi piacerebbe che l’arrampicata che può farlo, raccontasse di più del suo legame con i luoghi, del suo essere fortemente connessa con l’ambiente e la natura, del suo essere un’attività praticata a lungo e in modi diversi prima di diventare uno sport cronometrato, instagrammabile, spettacolare. Del suo essere ed essere stata anche gesto politico. Perché non credo che, di quel mondo immenso di cui l’arrampicata può per fortuna parlare, l’impresa in diretta Netflix della Taipei 101 abbia detto molto.
O forse il mio è solo un pochino di fastidio per aver dovuto spiegare di nuovo a mia zia la differenza tra “arrampicata libera” e “free solo” e che appunto, no, nessuno scala coi guanti.


